I frutti amari di una rivoluzione farlocca

In Egitto tutti parlano della rivoluzione come di un punto d’inizio per dar vita a un nuovo corso del Paese.

Pare che l’insofferenza verso una vessazione – a giudizio della popolazione locale – nei confronti degli Egiziani, perpetrata per anni dagli stranieri, che vedevano questo posto come una spiaggia dorata per il loro business, sia sfociata in un risentimento profondo che credo non limiti la sua genesi a problematiche unicamente lavorative.

Credo che, sotto la brace di regole inique del mercato del lavoro, si celi ben altro materiale ideologico, in grado di fomentare questa “cacciata dell’invasore”, in un’ottica ben più ampia, che si può senza dubbio inquadrare nella volontà (più o meno consapevole) di voler dare all’Egitto una nuova veste, molto meno moderata, e che tenda verso posizioni più allineate ai Paesi confinanti. Continue reading

Un nuovo Egitto e una vecchia storia

Sono passati quasi due mesi dalla fine della “rivoluzione” egiziana che ha deposto il Presidente Mubarak e che, nelle promesse degli organizzatori, doveva regalare al Paese un corso nuovo nella sua storia.

Un cambiamento radicale porterà i suoi frutti solo in un tempo ragionevolmente lungo, seguendo un percorso che dal rinnovamento delle Istituzioni dovrà poi orientarsi verso un ben più profondo cambiamento culturale, che permetta all’Egitto di avere non solo un volto nuovo ma, e soprattutto, una sostanza migliore e più sana. Ma cosa è cambiato realmente, in questo breve lasso di tempo? Se il buongiorno si vede dal mattino, le premesse non sono certo le migliori. Continue reading

Egitto in rivolta. L’attesa nel Sud Sinai

Gli occhi del mondo in questi giorni sono puntati sull’Egitto. L’onda lunga della protesta popolare nata in Tunisia, e che si è estesa fino alle porte dell’Europa, travolgendo l’Albania e passando per Egitto, Yemen e Giordania, pare abbia innescato una rivolta globale nei confronti dei regimi che solo fino a ieri apparivano i più moderati, in un quadro più ampio di lacerazioni sociali che, negli ultimi decenni, hanno alimentato differenze sociali ormai inaccettabili.

Nel tentativo di arginare la protesta interna, il governo egiziano ha tagliato fuori il Paese dalla rete globale di internet, ufficialmente per evitare ai manifestanti di potersi organizzare tramite i social network, ma certamente anche nell’ottica ben più repressiva di limitare al massimo l’uscita di notizie dal Paese – inutile sottolinearlo – su come viene gestita in queste ore la repressione dei manifestanti. Le misure adottate non sembrano però avere prodotto l’effetto sperato dal Governo del Cairo.

Ma come vivono gli Egiziani residenti nel Sud Sinai questo momento epocale della loro storia nazionale? Ho fatto un ampio giro, intervistando persone di differenti livelli sociali, e la sensazione che ho respirato era un diffuso sentimento di apprensiva attesa.

Il Sud Sinai, con la sua ricca risorsa turistica, è sicuramente una mosca bianca nel panorama egiziano, e questo si riflette in maniera importante anche sulla percezione che gli stessi Egiziani hanno dei fenomeni di casa loro.

La quasi totalità di Egiziani che vive sulle coste del Sinai proviene dalle zone del nord (Cairo, Alessandria, Ismailia e la zona del Delta del Nilo), ed è qui per lavorare e produrre quel reddito che poi viene inviato alle famiglie che sono rimaste a vivere nelle città di origine.

Lo stipendio medio, in Egitto, si attesta sui 600 egp (circa 80 euro). Qui in Sinai può arrivare anche a 1500 egp.,una cifra che rende questi luoghi particolarmente desiderabili per un lavoratore egiziano.

Questa situazione di “ricchezza” – peraltro alquanto relativa – diffonde un sentimento di attesa nella popolazione locale, che guarda alle proteste del nord nella speranza di un cambiamento, ma anche con la consapevolezza di veder incrinato questo “privilegio” acquisito sulle sponde del Mar Rosso.

Un gran numero di Egiziani, qui in Sinai, appoggia la leadership di Mubarak, guardando con timore ad un futuro non più stabile e protetto da questo ombrellone economico creato su misura dal presidente.

Venerdì scorso, durante le proteste del nord del Paese, gli Egiziani del Sinai hanno continuato a lavorare, sono andati a pregare alla moschea, e sono tornati a lavorare. Nessun cenno di protesta, nessuna voce fuori dal coro, nessuna critica al regime, nessuna critica a questo sistema corrotto che aumenta le differenze sociali. Gli Egiziani, qui, hanno continuato la loro vita, fatta di lavoro, e di nient’altro. In attesa.

Gli schermi che arredano ogni angolo di negozi e uffici hanno ininterrottamente trasmesso immagini di guerriglia urbana, di polizia in assetto anti-sommossa, di carri armati che sfrecciavano sui ponti del Nilo, di feriti e di uomini in divisa che contrastavano una marea di altri uomini: una guerra tra poveri.

Nelle ultime ore si sta purtroppo assistendo ad una guerra fratricida, per le strade del Cairo, che potrebbe sfociare in una vera guerra civile, tra la fazione contro il regime e i sostenitori del presidente.

Questa situazione, in continuo e rapido cambiamento, fa certamente nascere dei timori anche nei residenti stranieri, perchè c’è la consapevolezza che nel caso di un conflitto interno anche Sharm el Sheikh potrebbe non rivelarsi più un luogo sicuro.

Il timore è che una lotta tra le due anime del Paese possa alimentare uno spirito nazionalista, in un luogo dove, più che altrove, sono forti gli interessi e la presenza di stranieri.

Al momento il Consolato italiano di Sharm el Sheikh non ha ancora preso contatto con i connazionali residenti.