Egitto in rivolta. L’attesa nel Sud Sinai

Gli occhi del mondo in questi giorni sono puntati sull’Egitto. L’onda lunga della protesta popolare nata in Tunisia, e che si è estesa fino alle porte dell’Europa, travolgendo l’Albania e passando per Egitto, Yemen e Giordania, pare abbia innescato una rivolta globale nei confronti dei regimi che solo fino a ieri apparivano i più moderati, in un quadro più ampio di lacerazioni sociali che, negli ultimi decenni, hanno alimentato differenze sociali ormai inaccettabili.

Nel tentativo di arginare la protesta interna, il governo egiziano ha tagliato fuori il Paese dalla rete globale di internet, ufficialmente per evitare ai manifestanti di potersi organizzare tramite i social network, ma certamente anche nell’ottica ben più repressiva di limitare al massimo l’uscita di notizie dal Paese – inutile sottolinearlo – su come viene gestita in queste ore la repressione dei manifestanti. Le misure adottate non sembrano però avere prodotto l’effetto sperato dal Governo del Cairo.

Ma come vivono gli Egiziani residenti nel Sud Sinai questo momento epocale della loro storia nazionale? Ho fatto un ampio giro, intervistando persone di differenti livelli sociali, e la sensazione che ho respirato era un diffuso sentimento di apprensiva attesa.

Il Sud Sinai, con la sua ricca risorsa turistica, è sicuramente una mosca bianca nel panorama egiziano, e questo si riflette in maniera importante anche sulla percezione che gli stessi Egiziani hanno dei fenomeni di casa loro.

La quasi totalità di Egiziani che vive sulle coste del Sinai proviene dalle zone del nord (Cairo, Alessandria, Ismailia e la zona del Delta del Nilo), ed è qui per lavorare e produrre quel reddito che poi viene inviato alle famiglie che sono rimaste a vivere nelle città di origine.

Lo stipendio medio, in Egitto, si attesta sui 600 egp (circa 80 euro). Qui in Sinai può arrivare anche a 1500 egp.,una cifra che rende questi luoghi particolarmente desiderabili per un lavoratore egiziano.

Questa situazione di “ricchezza” – peraltro alquanto relativa – diffonde un sentimento di attesa nella popolazione locale, che guarda alle proteste del nord nella speranza di un cambiamento, ma anche con la consapevolezza di veder incrinato questo “privilegio” acquisito sulle sponde del Mar Rosso.

Un gran numero di Egiziani, qui in Sinai, appoggia la leadership di Mubarak, guardando con timore ad un futuro non più stabile e protetto da questo ombrellone economico creato su misura dal presidente.

Venerdì scorso, durante le proteste del nord del Paese, gli Egiziani del Sinai hanno continuato a lavorare, sono andati a pregare alla moschea, e sono tornati a lavorare. Nessun cenno di protesta, nessuna voce fuori dal coro, nessuna critica al regime, nessuna critica a questo sistema corrotto che aumenta le differenze sociali. Gli Egiziani, qui, hanno continuato la loro vita, fatta di lavoro, e di nient’altro. In attesa.

Gli schermi che arredano ogni angolo di negozi e uffici hanno ininterrottamente trasmesso immagini di guerriglia urbana, di polizia in assetto anti-sommossa, di carri armati che sfrecciavano sui ponti del Nilo, di feriti e di uomini in divisa che contrastavano una marea di altri uomini: una guerra tra poveri.

Nelle ultime ore si sta purtroppo assistendo ad una guerra fratricida, per le strade del Cairo, che potrebbe sfociare in una vera guerra civile, tra la fazione contro il regime e i sostenitori del presidente.

Questa situazione, in continuo e rapido cambiamento, fa certamente nascere dei timori anche nei residenti stranieri, perchè c’è la consapevolezza che nel caso di un conflitto interno anche Sharm el Sheikh potrebbe non rivelarsi più un luogo sicuro.

Il timore è che una lotta tra le due anime del Paese possa alimentare uno spirito nazionalista, in un luogo dove, più che altrove, sono forti gli interessi e la presenza di stranieri.

Al momento il Consolato italiano di Sharm el Sheikh non ha ancora preso contatto con i connazionali residenti.

Egitto in rivolta, giornalisti in prima linea

Nei conflitti, una delle prime luci che si cerca di spegnere, in ogni parte del mondo, è quella dell’informazione.

Il Governo egiziano ha già dato dimostrazione di questo, nei primi giorni della protesta, oscurando internet, e tagliando fuori il Paese da ogni comunicazione con l’esterno.

I giornalisti hanno però potuto svolgere il loro lavoro con mezzi di fortuna, riuscendo comunque a stabilire i collegamenti con le Redazioni.

In questi ultimi due giorni stiamo assistendo ad un vero tiro al bersaglio nei confronti dei tanti colleghi che cercano, con estrema professionalità, di testimoniare ciò che accade per le strade del Cairo, tra la gente, attraverso il Paese.

Questa mattina mi sono messo in contatto con un collega fotoreporter, inviato in Egitto per seguire la crisi. Ometto il nome e la nazionalità – come mi ha chiesto – per motivi di sicurezza, ma conoscendolo bene e avendo lavorato con lui per anni, posso garantire che si tratta di un ottimo professionista, abituato a gestirsi in zone calde e situazioni difficili. Questa la sua testimonianza: Continue reading

Pupazzi e Pupari

Era da tanto che non imbrattavo queste pagine, e in questo periodo mi sono spesso chiesto quale fosse un argomento interessante da condividere con voi. In realtà non è che mancassero le idee, da queste parti, ma ho voluto lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti, scegliendo quale dei tanti sassolini dovessi tirar fuori dalla scarpa, per cominciare bene il nuovo anno.

Consigliato dai fatti di cronaca locale, e sull’onda di alcuni articoli interessanti che ho letto – anche su queste pagine – circa altisonanti nomi, acronimi e situazioni al limite del ridicolo, mi sono deciso: ho preso carta e penna e, appollaiato sul mio palo preferito, da dove posso dominare tutto il Sinai, mi son messo a scrivere.

Quest’ultimo scorcio del 2010 si è chiuso per Sharm el Sheikh con un bilancio decisamente negativo. Continue reading

Egitto, il business del Work Permit

2029039-735178-page-of-ukraine-passport-with-egyptian-visa-and-stampsCome ormai tutti sanno, in Egitto da quest’anno è obbligatorio che tutti gli operatori nel settore dei diving centers – divemaster e istruttori subacquei – , siano in possesso del permesso di lavoro.

Purtroppo dobbiamo constatare che questa nuova procedura ha creato un nuovo “mercato”.

Molti staff, affidandosi agli uffici amministrativi del proprio diving center, non si sono fatti molte domande, confidando nella correttezza del proprio “datore di lavoro”. Ma qui arrivano le prime sorprese.

Quanto costa, realmente, un permesso di lavoro? Continue reading

La Repubblica delle Banane e il mercato del lavoro

le-banane-sono-tra-gli-alimenti-piu-ricchi-di-potassio_main_image_object-638x425-2Da gennaio di quest’anno è entrata in vigore una nuova legge secondo la quale, per poter operare nel settore subacqueo come istruttore o divemaster, è obbligatorio ottenere il permesso di lavoro. Dopo decenni di assoluta anarchia, in un mercato senza regole, finalmente anche qui si è cercato di dare un inquadramento legale e legittimo alla figura del professionista nel settore dei diving centers, uno dei più importanti in Sud Sinai.

Se di per sé la legge può apparire un bel passo avanti sul sentiero della “modernizzazione” di questo Paese, di contro ha portato non pochi problemi, e non solo alle centinaia di professionisti che lavorano qui.

Se fino a ieri parte dell’economia locale era comodo che si reggesse sul lavoro nero, oggi si cerca di dare una ripulita, con una bella azione vessatoria nei confronti degli stranieri, che per decenni hanno alimentato le varie tasche del Paese. Continue reading

Da Jacques Cousteau alla Baia dello Sceicco

Dalla scoperta delle meraviglie del Mar Rosso da parte di Jacques Cousteau, nel lontano secondo dopoguerra, le coste del Sinai sono state meta preferita dai subacquei di tutto il mondo: i colori e la natura impareggiabile di questi luoghi, già dai primi metri sotto il pelo dell’acqua, ne hanno fatto una delle destinazioni più famose di tutto il globo.

Negli ultimi anni, però, molte cose sono cambiate, e se prima potevamo attribuire certi comportamenti sconsiderati all’ignoranza, oggi non possiamo certo nasconderci più dietro questo paravento d’ipocrisia.

Chi ha cominciato a frequentare questo splendido mare già una ventina d’anni fa, può facilmente testimoniare che la mano dell’uomo ha marcato pesantemente questo delicato ecosistema, portandolo ad uno stadio di precarietà preoccupante. Sono tantissimi i subacquei che, oggi, denunciano un peggioramento dell’ambiente marino, con il conseguente impoverimento delle sue risorse. Continue reading

Dietro le quinte di Fantasilandia

E’ sempre bello tornare al calduccio del Sinai, dopo un viaggetto rilassante. Il sole, il mare, il deserto che incornicia tutto, e quella bella sensazione di sentirsi “a casa”.

Devo però ammettere che stavolta, quella che mi ha accolto, è stata una sensazione diversa, come vedere qualcosa che hai davanti agli occhi tutti i giorni, e a cui sei ormai abituato, ma da una prospettiva diversa, sotto una luce che ne rende differenti i colori.

Chi viene qui in vacanza, anche spesso, è sicuramente stupito dai continui cambiamenti di questi luoghi, sia per le nuove opere e infrastrutture, sia per il costante e inarrestabile cambiamento ambientale. In entrambi i casi, nel bene o nel male, è sempre la mano e l’opera dell’uomo ad esserne l’artefice.

Già dai primi metri, varcato il perimetro dell’aeroporto, ci s’immerge in un microcosmo fatto di cantieri, di ciondolanti operai cotti al sole, di sporco, di sguardi persi e ciabatte antinfortunistica. Continue reading

L’albero della cuccagna

Se fino a qualche anno fa la molla che aveva spinto molti stranieri a trasferirsi in Mar Rosso era la possibilità di sfruttare la propria professionalità, in un settore che da semplice passione, poteva diventare uno stile di vita, oggi purtroppo c’è da chiedersi cosa mai possa spingere ancora tanti italiani, inglesi, francesi, tedeschi a venire qui per cercar fortuna.

La situazione economica è decisamente cambiata, e sicuramente in peggio: l’aumento del costo della vita, assolutamente non allineato con le retribuzioni offerte, impone compromessi spesso al limite del ragionevole, per chi vuole restare a godere di questo splendido mare.

Se ieri (dieci anni fa) un istruttore subacqueo riusciva a portarsi a casa anche 2.500 dollari al mese (e allora il dollaro valeva qualcosa!), nel secondo lustro di questo terzo millennio, i budget sono stati radicalmente rivisti, e oggi la paga media di un istruttore non supera i 35 euro al giorno (!), con la speranza di riuscire a lavorare almeno una ventina di giorni al mese, nella migliore delle ipotesi, e in alta stagione. Continue reading