Partire è un po’ morire. E tornare?

Un vecchio adagio recita così, proprio come il titolo di questo post: “Partire è un po’ morire”. Ma il rientro, mi chiedo io, non può essere altrettanto doloroso?

Sono appena tornato da un reportage in Guatemala, dieci giorni trascorsi tra villaggi poverissimi costruiti col fango e la disperazione, in una continua lotta per la sopravvivenza e la fame. L’idea di partire, seguendo un impulso intimo di ricerca o forse riscoperta, era nata alcuni mesi fa, quando ho avuto modo di conoscere il lavoro di un’associazione spagnola che si occupa di portare aiuti nelle zone rurali di quello che è uno dei Paesi più poveri del Centro America.

Preparativi fatti di progettazione, programmi, itinerari, raccolta di fondi e aiuti: tutto era pronto per affrontare il lavoro. Al tempo stesso una grande attesa s’impossessava di me giorno dopo giorno, fatta di dubbi profondi, di incertezze su cosa avrei potuto trovare in quel buco nero dove mi sarei proiettato, armato di macchina fotografica e taccuino.

Il viaggio è stato intenso, oltre la mia immaginazione. Ho incontrato una realtà che non vedevo nelle immagini che mi passavano davanti agli occhi durante le fasi di studio prima della partenza. Immagini crude, vere, spesso spietate, che però mancavano sempre di qualcosa, o forse ero io che riuscivo a vederne solo i contorni, come la cornice di un quadro che non ti appartiene del tutto.

Quando si affronta un reportage ci si deve immergere completamente, non sono solo scatti e riprese, non è solo tecnica e luce. Un reportage è fatto col cuore, con l’anima, è fatto di odori forti, di sensazioni dirette sulla pelle, di segni che ti attraversano e si depositano dentro, appesantendo il tuo spirito e cambiandoti nel profondo. Ogni reportage ti da qualcosa, ti trasmette qualcosa, ti rende partecipe di un mondo che non ti lascerà poi mai del tutto.

Quello che ho provato, che ho sentito sulla pelle e poi sempre più a fondo, durante questo viaggio, lo racconterò in un “diario” fatto di immagini e testi al quale sto già lavorando; ci vorrà del tempo per raccogliere i colori e le emozioni e per dar vita a questa storia ma credo che poi alla fine tutto verrà fuori coi tempi e i modi naturali, come il fluire dell’acqua. Questo adesso è il momento di metabolizzare, per poi lasciare che le parole nascano libere.

Ci sono due modi che ho sempre seguito, durante la realizzazione di un reportage: la scrittura di pancia, fatta di emozioni violente riportate subito su carta, e quella più lucida, fatta di pensieri che formano parole che racchiudono un mondo, non solo istanti. Non esiste un modo giusto, a mio parere, dipende tutto da cosa incontro sul cammino, decido sul momento.

Stavolta ho scelto la seconda via, quella di una raccolta generale, di una visione d’insieme che renda omogeneo questo mondo e il mio lavoro di narrazione per immagini e parole.

Il rientro. Questo è il centro di tutto, quando lascio il terreno esplorato dal mio mestiere e torno a casa. Non posso dire di tornare indietro, perché quando la strada è tracciata, è come un’onda di risacca che ti spinge avanti, ti porta un po’ indietro e poi avanti ancora, ma mai al punto di partenza, sempre un po’ più in là.

Adesso raccolgo le idee, i colori, gli odori, le sensazioni tutte in un luogo sicuro dell’anima, dove poter tirare fuori a poco a poco quello che mi sono portato dietro, poi con uno slancio forte, spero di portavi nel mio mondo, e in quello che ho vissuto.

A presto.

© MASSIMO BIDETTI. RIPRODUZIONE VIETATA, TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

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