Quei bravi ragazzi della Diaz

Io c’ero. Ecco cosa mi è venuto in mente l’altro ieri, quando ho sentito passare al TG l’ultima notizia sulla lunghissima vicenda del G8 del 2001. In una calda estate italiana, tra le strade di quella grande scatola sigillata che era Genova, io c’ero.

Ero lì con l’amico e collega Andrea Ruggeri, inviati dai nostri rispettivi giornali. Eravamo partiti insieme da Firenze e vivevamo quei giorni sotto lo stesso tetto (per la verità ci toccava dividere pure lo stesso letto), rincorrendo gli eventi sotto il sole che batteva le strade di una Genova avvolta da un clima  di pesante attesa. Quell’estate non l’avremmo mai più dimenticata.

La mattina presto, dopo i controlli di rito ai varchi della “zona rossa”, c’immergevamo tutti nell’acquario multicolore della sala stampa, dove colleghi inviati da tutto il mondo stavano appollaiati alle loro postazioni come avvoltoi: era la notizia quella che aspettavano, che aspettavamo tutti.

Sicuri che qualcosa di grosso sarebbe accaduto, al di fuori di quell’oasi piacevole in cui era stata trasformata la darsena del Porto Vecchio, passavamo le prime ore della mattina ad inseguire ipotesi, a fare congetture, alternando i contatti con le nostre redazioni e i leader del Genoa Social Forum.

All’apparenza tutta quella mandria di giornalisti doveva seguire i lavori degli otto uomini più influenti del mondo, in realtà sapevamo tutti bene che la partita si sarebbe giocata tra i viali, le piazze e i carruggi di Genova.

Certo, gli eventi ufficiali erano importanti, impensabile non seguirli. Ma tra le varie agenzie stampa del pianeta, nessun giornale sarebbe mai rimasto a mani vuote. Decidemmo quindi, io e il buon Andrea, di buttarci fuori e battere le strade alla ricerca di una notizia vera, non precotta e servita dagli addetti stampa.

E’ qui che cambia la storia, che si fa il mestiere. E’ sulla strada che si trovano le notizie, mica davanti ad un computer o sotto dettatura.

Fu allora che tutto cominciò.

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L’essere umano è per sua indole cattivo, incline più all’odio che al perdono. Brama il sangue, la violenza. La cultura e l’educazione ne possono frenar l’istinto, ma appena sente la briglia sciolta cavalca veloce la sua vera natura.

Col mio mestiere di botte qualcuna ne ho presa, è una cosa che un reporter deve tenere in conto se s’infila tra i manifestanti e poi parte la corrida al suono di una carica. Mica stanno tanto a sottilizzare quelli lì, con casco, manganello e un bel tasso di adrenalina in corpo. Si sa, sono cose che possono accadere, mica ne puoi fare un dramma. Prendi e porti a casa.

Ma lì a Genova il discorso fu diverso. Lì non si trattò di qualche manganellata a casaccio nella calca, lì si trattò di pestaggio, di violenza pura. Da una parte e dall’altra delle barricate.

Ho sempre condannato chi se ne va in piazza a manifestare con casco e protezioni addosso, sono gli stessi che poi additano la polizia per esser stati “provocati”. No, se t’infili in un corteo bardato di tutto punto e pronto allo scontro, vuol dire che un santerello proprio non sei, tantomeno un martire.

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Ho visto colleghi aggrediti e derubati, usati a mo’ d’ariete contro vetrine di negozi; giovani manifestanti insanguinati sotto gli anfibi dei reparti mobili, e carabinieri stesi a terra presi a bastonate da gruppi incappucciati. Non c’eran regole in quella città assediata. Poi però c’è stata la Diaz.

Ecco, quella della Scuola Diaz è stata una vera porcata. Si, diciamocelo in faccia, anzi gridiamolo forte: E’ STATA UNA PORCATA!

Devo dire che per puro caso non mi ci sono ritrovato nel bel mezzo. D’altra parte, se segui una notizia, può capitare di scegliere la strada giusta, altre volte invece la storia è altrove.

A me è andata bene, dal punto di vista personale, un po’ meno da quello professionale, alla luce dei fatti. Ma anche questo fa parte della storia del mestiere.

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La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito, a 14 anni da quella notte buia alla Diaz, che la polizia italiana si è macchiata del reato di tortura – “macelleria messicana” l’hanno chiamata -, peraltro neppure contemplato dal nostro ordinamento giuridico.

Quando la violenza la vedi sotto forma di divisa, cui affidi normalmente la tua sicurezza personale, un momento di riflessione viene spontaneo, vacillano le tue poche certezze.

Quella notte fu una vera mattanza, una fredda vendetta ordinata da alti funzionari della Repubblica ai danni di buoni e cattivi, colpevoli e innocenti, senza badare a differenza alcuna.

Sono sempre stato dalla parte delle Istituzioni, dalla parte della legge – che troppo spesso corre su binari diversi rispetto alla cosa giusta – e ho sempre condannato fermamente ogni atto di violenza da parte di chi manifesta, da quelli che scendono in piazza già con lo scontro tatuato in faccia, carichi d’odio verso una divisa; questa brutta storia dal sapore di regime sudamericano però non la digerisco proprio.

Per le strade passi – ma non troppo -, lo scontro e la repressione possono sfociare in isolati atti di violenza, ma così, lucidamente pianificata a tavolino, quella carneficina di topi in gabbia mi disgusta proprio.

Con questo non condanno in generale e non sparo a casaccio contro la divisa, no. Mi rendo conto che dietro quell’elmo e la corazza da legionario dell’epoca moderna ci trovo un uomo, del tutto uguale a quello che ha di fronte in piazza, divisi solo tra il diritto a protestare e il dovere di obbedire. E sono sempre gli uni o gli altri a pagare il conto.

Intanto il “macchinista” De Gennaro, dopo una brillante carriera tra Polizia di Stato e Servizi Segreti – con rapida sosta da sottosegretario alla Presidenza del Consiglio -, se ne sta oggi seduto sulla poltrona più alta di Finmeccanica. Un bel regalo da parte dei compagni di merende Napolitano e Renzi. Ma si sa, le cose buone in Italia, vanno trovate altrove.

Dall’altro lato della barricata leggo la rabbia di un Giuliani padre chiedere giustizia per l’omicidio del figlio Carlo, quello freddato nell’atto di ammazzare un carabiniere in fuga, e ancora con l’estintore in mano e un passamontagna calato in testa.

Strano paese l’Italia, dove fa carriera chi ordina una strage, si manda al patibolo chi difende la propria vita, diventa martire chi tenta un omicidio e si massacrano innocenti in una scuola.

© MASSIMO BIDETTI. RIPRODUZIONE VIETATA, TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

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