Il DNA è una cosa seria

Torno a malincuore su un argomento già trattato, un certo malcostume italico.

Tra articoli di giornale, notizie sparate dai TG di ogni latitudine dello Stivale, proclami generali di una politica trasversale che si compatta sull’onda dell’emotività collettiva, la nostra cara Italia sembra presa di mira dal fuoco incrociato del malcostume nazionale che va sotto il nome di corruzione. E noi che nel mezzo cerchiamo di ripararci dalle bordate di quest’artiglieria pesante.

Sembra una guerra. Di quelle sporche, dove non sai da che parte sta il nemico, da dove sbuchi, di chi fidarsi. Una guerra in cui l’eco dei bombardamenti è ormai la colonna sonora della nostra vita, della nostra quotidianità. Ci siamo abituati a questa guerra, da quando siamo nati, di generazione in generazione.

E’ una guerra di poveracci, di nani che si sentono giganti, di carnefici vestiti da vittime.

A volte penso che soltanto guardando le cose da una certa distanza, con un generoso distacco fisico e liberi dal vincolo della martellante propaganda nazionale, si possa vedere la realtà. Soltanto grazie a una visione d’insieme si possa disegnare il profilo di un paese, pur con le sue individualità.

Mi scuso sin da ora se qualcuno si potrà sentire offeso, fuori dal gruppo, ma in questi casi è impossibile non generalizzare, quando si parla di un popolo, di una nazione, della sua coscienza civica.

Chi si vuole tirar fuori da questo fascio d’erba lo faccia pure, magari è davvero l’eccezione che conferma una triste regola,  una storia d’identità nazionale fatta di tanta gloria, ma di altrettanta meschinità – che a fronte di cotanta cultura, la sovrasta di gran lunga e ne evidenzia maggiormente le colpe.

Tangenti, corruzione, collusioni tra politica e malaffare, sporchi giochi di potere. Adesso Mafia Capitale, alla vigilia di un Expo che ha già evidenziato la sua natura, fatta di appalti venduti, bustarelle, avvisi di garanzia e quant’altro ci si voglia mettere nel calderone di uno dei piatti più tipici della cucina nostrana.

E tutta l’opinione pubblica a condannare, fiumi d’inchiostro digitale versato sull’altare della curiosità morbosa, la sete di conoscere vicende che fanno già parte della nostra storia, una sottocultura che s’integra purtroppo con una disinvoltura sfacciata nella nostra società traballante.

L’indignazione – termine caro al gergo contemporanea, come ho già avuto modo di scrivere – ci assale. Poi passa tutto, come l’acqua che ci bagna i piedi sulla spiaggia e che si asciuga al sole del nostro bel paese. Ci manca solo un mandolino e un piatto di spaghetti e il gioco è fatto, siamo lo stereotipo dell’italianità universalmente riconosciuta.

Tutto il popolo si scaglia contro il capro espiatorio di turno, sia esso un politico, un imprenditore, un dirigente pubblico.

Lungi da me affermare che il colpevole non deve pagare, ci mancherebbe, deve pagare, e pure caro. Il problema è che più salato è il conto con la giustizia, più sarà sicuro di farla franca. La letteratura in materia è così vasta che ogni vicenda sarebbe un ottimo esempio.

In un’Italia in cui i governi-ladri si passano il testimone, in un paese in cui si rinnovano le classi dirigenti con la fresca linfa di neofiti intrallazzoni, il popolo non è più vittima, diventa carnefice.

Non siamo in una dittatura, quella è bella che passata da oltre settant’anni, siamo in una democrazia, dove il popolo decide, con libere elezioni. Chi ci ritroviamo al comando della nave ce lo abbiamo messo noi.

Ma allora dov’è che sta il problema, se poi siamo tutti schifati da questo sistema malato, da questo cancro che genera metastasi sparse nelle pieghe più nascoste – o peggio alla luce del sole –  della nostra società?

Semplice, è una questione di pura scienza. E’ il DNA italiano.

Si, il vero male della nostra società, quello che da decenni e decenni cerchiamo di debellare con insuccesso, altro non è che una innata predisposizione di tutti noi al malcostume, al nepotismo, alla ricerca estenuante di arrivare prima degli altri, costi quel che costi.

Inutile negarlo, è nel nostro spirito, radicato nei nostri istinti primordiali: l’italiano è fatto così.

Chi non ha mai chiesto un favore, pur sapendo che esistono strade ufficiali per ottenere lo stesso risultato? Chi non ha mai pensato di ricorrere a qualche conoscenza pur di avere l’opportunità di ricoprire un incarico, di accedere a una promozione, a un lavoro? Chi non ha mai scandagliato tra i ricordi d’infanzia, tra le vecchie amicizie di scuola – che magari, con la poca lungimiranza dell’età giovanile, in classe manco gli passavi il compito -, nell’intero albero genealogico, alla ricerca di un ramo a cui cercare appiglio?

Via, siamo sinceri, e pure chi non ne ha memoria, in fondo in fondo, lo avrà pur fatto distrattamente, senza malizia, senza rendersene conto. Questo è il problema, non accorgersi della realtà delle cose proprio perché ormai certi costumi fanno parte di un nostro comportamento disinvolto, nel paese del “così fan tutti”.

E allora perché sorprendersi se tutto, a catena, nella nostra bella Italia, segue queste regole, dall’ufficio comunale al seggio parlamentare, dall’editoria ai grandi appalti, dalla fila alle Poste alla ricetta del medico.

Siamo il paese dell’arrangiarsi, del me ne frego, della protesta inutile e sterile, della rivoluzione delle chiacchiere. Una nazione nella quale gli investimenti arrivano da altri paesi accomunati dal malcostume (Cina, paesi arabi, India), dove il rispetto per l’altro è molto indietro, nella scala dei valori.

Eppure, in un’Italia dove va avanti chi ce l’ha più lungo – l’albero genealogico – mi meraviglio sempre ogni volta che vedo gente protestare e poi dimenticare, senza pensare che quei soldi rubati, quegli appalti truccati, quelle bustarelle scambiate, rappresentano il furto della nostra dignità nazionale,  del nostro orgoglio.

Difficile da debellare un malcostume, quando fa parte del DNA di un popolo.

© MASSIMO BIDETTI. RIPRODUZIONE VIETATA, TUTTI I DIRITTI RISERVATI.


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2 thoughts on “Il DNA è una cosa seria

    1. Ahahahah, non aspiravo a tanto, oltretutto visto l’argomento ci sarebbe più da stringerci tutti in un pianto collettivo. Comunque apprezzo molto e ringrazio, fa piacere quando esterni e non ti sparano addosso :-).

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