Ci sparano addosso, noi ci indigniamo

In un momento critico per la sicurezza interna e dell’intera comunità occidentale, le contromisure che il governo italiano è intenzionato a prendere per fronteggiare l’escalation di terrore del sedicente Islamic State sono state pubblicamente dichiarate dal ministro Gentiloni: “ora serve un impegno politico straordinario e una maggiore assunzione di responsabilità”.

Ci sono volute decine di pubbliche decapitazioni da parte di folli terroristi, attentati in giro per l’Europa, minacce urlate sul web al grido di una guerra santa ormai bella che cominciata da anni, morti su morti, terrore al di là dell’immaginabile. Tutto questo è servito perché la nostra politica si esprimesse in questi termini annacquati.

Dopo l’attentato di Parigi dello scorso gennaio sembravamo ad un passo dalle contromisure straordinarie. Si ventilava la possibilità di una revisione degli accordi di Schengen per un controllo dei flussi intra-comunitari, la creazione di una procura nazionale antiterrorismo, l’impiego massiccio di mezzi e uomini per il controllo del territorio e dei confini. Sembravamo sul piede di guerra, contro una forza oscura quanto terrificante a cui non si ha l’onestà e il coraggio di dare un solo nome, che è poi quello dell’origine stessa di questo fenomeno: l’Islam.

Non ho mai capito la distinzione tra Islam estremista e Islam moderato, proviene tutto dallo stesso calderone, come un brodo primordiale che ormai da anni viene servito nelle mense dei paesi occidentali, nelle scuole, per le strade, ovunque, nel generale spirito di accettazione e integrazione della cultura araba, del quale ci vantiamo.

Eppure il grido di battaglia di cui sentiamo sempre più vicina l’eco sono parole contro la cristianità, contro l’Occidente, contro la nostra cultura, il nostro stile di vita, le nostre opinioni, le nostre scelte. Contro la nostra libertà.

La politica, per combattere questa guerra fatta di sangue, ha scelto le armi delle relazioni internazionali, dei rapporti diplomatici, di tutte quelle cose che rendono lo scontro impari, una guerra dalla quale, allo stato delle cose, non potremo che uscire perdenti. E perdenti vuol dire conquistati, colonizzati, soggiogati. In questa guerra combattuta al ritmo di decapitazioni quotidiane, la sconfitta può voler dire morte.

Eppure la strada intrapresa è sempre la stessa, quella in cui la politica mollacciona dell’Occidente si sente più a suo agio: trattare e cercare un compromesso.

Siamo noi che dobbiamo accettare il compromesso, che dobbiamo piegarci alla logica del terrore, in questa invasione lenta che ormai ci vede già di fatto colonia islamica.

Succede sempre così nei nostri paesi-marionette. Succede quando ci scappa il morto per una partita di calcio, quando la gente muore sui cantieri di lavoro, quando la televisione passa il video di una decapitazione di massa: ci indigniamo.

E’ un’espressione che ormai è entrata nel nostro lessico quotidiano, ce l’hanno appiccicata addosso i politici e ora ce la ritroviamo sotto pelle. Ci conviviamo con questa indignazione, senza fare i conti con la realtà.

Dopo gli ultimi attentati in Europa mi sarei aspettato un minimo di nerbo nella risposta a certi atti barbarici, una presa di posizione che andasse al di là delle parole, che coinvolgesse i fatti e le giuste contromisure. Invece ormai siamo troppo abituati ad essere indignati, anche quando le bombe e la minaccia alla nostra libertà di pensiero ce le ritroviamo dentro casa.

Non mi aspettavo invece niente di diverso del totale disinteresse internazionale, a seguito delle migliaia di uccisioni di cristiani in Nigeria da parte di Boko Haram. L’Africa è lontana, per la nostra politica e l’opinione pubblica. Questo lo avevo tenuto in conto sin dall’inizio.

In certi casi, quando l’orrore si manifesta in paesi lontani nello spazio e nella cultura, siamo sempre pronti a cavalcare l’onda dell’emozione forte, del disgusto, animati da un fugace senso di appartenenza che è nostro solo il tempo di un battito d’ali. Poi tutto passa, come dopo un funerale che non ci appartiene, come se le cose troppo lontane non fossero reali, come se fossero parte di un mondo che corre su binari paralleli senza mai incrociare i nostri passi. Oggi tutto è diverso, tutto è cambiato.

Mentre chi dovrebbe occuparsi della nostra sicurezza annaspa tra proposte poco convincenti e contromisure di fatto inadeguate, giusto dietro la porta di casa nostra si pianificano morte e distruzione.

Da una parte il nostro immobilismo, fatto di politica e chiacchiere, dall’altra una forza dirompente e senza regole, agile, snella, organizzata, spietata.

La scorsa settimana il parlamento italiano ha discusso sul riconoscimento dello Stato palestinese. Questa è l’ennesima dimostrazione di un approccio sbagliato col problema della minaccia terroristica attuale.

Siamo sempre noi, rammolliti da una cultura che ci ha privati ormai anche del primordiale spirito di autoconservazione, a doverci piegare. Pensiamo che il nostro impegno nella soluzione del conflitto israelo-palestinese possa in qualche modo renderci immuni dal virus che viene da quella parte di mondo, ci possa proteggere da bombe, pallottole, tagliagole. Non è così.

Quella parte di mondo ci ha dichiarato guerra, ha dichiarato guerra al nostro stile di vita, alla nostra cultura, alla nostra libertà. Ammazza la gente per il solo fatto di non essere musulmana, la sgozza come bestie al macello in nome di un dio sanguinario.

In Nigeria, in un solo fine settimana, sono state uccise oltre duemila persone. Erano due interi villaggi. Tutti cristiani. Tutti infedeli.

In Iraq tredici bambini sarebbero stati barbaramente trucidati dai terroristi dell’ISIS per aver visto una partita di calcio in televisione, cosa contraria alla sharia.

Questa è la cultura che ci vorrebbero imporre a suon di decapitazioni.

E’ sempre l’Occidente a dover provvedere, a dover trovare la soluzione – che inevitabilmente è quella di piegarsi – per uscire dall’incubo. Ho visto solo due paesi, l’Egitto e la Giordania, prendere posizione ferma e intervenire, anche con le armi. Il resto del mondo arabo sta alla finestra.

Dovrebbero essere loro in prima linea, i paesi arabi cosiddetti moderati – che poi non ho mai capito il senso di questo aggettivo -, quelli che professano un islam diverso, fatto di amore e compassione.

Se questo islam davvero esiste, dovrebbe intervenire in questa guerra assurda. Solo quei musulmani che si manifestano contrari a certi atti barbarici – se veramente lo sono e non mistificano il loro credo per convenienza – hanno la possibilità di porre fine a questo percorso che ci toglierà qualche centinaio d’anni di civiltà. L’Occidente, pur con i suoi strumenti culturali, non è in grado comprendere appieno il processo che anima certi spiriti, lo può fare solo chi è nato e si è formato in quella cultura.

Il problema dell’islam intransigente e arrogante, che non ha il minimo rispetto per la vita, è l’islam stesso.

D’altra parte l’Occidente non può certo entrare in conflitto con quei paesi arabi ai quali ha già da molti anni aperto le porte di casa, svenduto la sua migliore economia.

Siamo già servitori del sistema arabo, e mentre ci sparano addosso noi ci indigniamo.

© MASSIMO BIDETTI. RIPRODUZIONE VIETATA, TUTTI I DIRITTI RISERVATI.


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3 thoughts on “Ci sparano addosso, noi ci indigniamo

  1. Caro Massimo, come vedi ti leggo sempre con attenzione. L ‘Islam, ormai sappiamo, è un contenitore gigantesco di orientamenti e sentimenti diversi, di fazioni spesso in guerra tra loro. Il problema fulcro, secondo me, è capire il più presto possibile chi starà con l’Isis e chi no. Nell’associare tutti i musulmani ai tagliagole su youtube non facciamo altro che fare un favore all’Isis., non facciamo altro che deludere quei tanti che non hanno nessuna intenzione di combattere guerre sante. Che è proprio quello che vuole Stato Islamico.
    Il problema duro sarà far capire chiaramente e senza mezzi termini alla comunità musulmana che non saranno tollerate connivenze, che chiunque aiuti nasconda o sappia e non denunci è complice e va in galera.
    Sono perfettamente d’accordo con te sull’ignavia disgustosa dell’Italia, dell’Europa e di certi paesi arabi ‘moderati’, ma il casino in Libia l’abbiamo… pardon, l’hanno fatto Francia, UK per ignobili interessi petroliferi, e non sono stati neanche in grado di sistemare la faccenda.
    Non si tratta un paese istigato alla rivoluzione in questo modo, è stata una vergogna ignobile: hanno fornito le armi alle bande di tutto il medio oriente, dalla Siria alla Libia per scoprire che poi si sono formate milizie fuori controllo. Ma va?
    Possiamo riempire di armi tutte le milizie della zona, tanto per tenercele buone (non si sa mai che alla fine mette le mani sui pozzi) ma ci considereranno dei cagasotto, gente che non ha il coraggio di mettere i ‘boots’ sul suolo. Non ci rispetteranno mai, così i nostri accordi. Egitto, Kuwait e Giordania hanno capito immediatamente che aria tira, e non stanno lì a perdere tempo. Il problema è che loro agiranno all’americana: spaccheranno tutto senza preoccuparsi a chi tocca. Il rischio è che si crei un fronte unico contro l’ennesimo Satana.
    Ma L’Euopa deve capire che se non mette gli stivali su quel suolo, hai voglia ad armare il generale di Tobruk o il governo di Tripoli… e poi può frignare quanto vuole contro l’America. Per una volta che si son tolti dalle scatole guarda te che è successo!

    1. Caro Claudio, sono contento di averti tra i miei lettori, la cosa è assolutamente reciproca.

      Condivido il tuo quadro sull’universo frammentato dell’islam, ma il mio provocatorio atto d’accusa rivolto a tutto il mondo musulmano è teso ad evidenziare la loro immobilità, la loro – come hai implicitamente fatto notare anche tu – mancata presa di posizione in una situazione insostenibile già da un pezzo.

      Se davvero è sbagliato generalizzare, attribuendo in maniera netta e perentoria una diretta connivenza tra la religione e il terrorismo, allora c’è da chiedersi perché il mondo arabo-islamico non ha mai preso, sin dall’inizio, una posizione chiara, precisa, senza ambiguità.
      In questi termini mi sembra già un’ammissione di colpa il temporeggiare, mentre noi stiamo a vedere da che parte si schiereranno i vari paesi di quell’area. Non prendere posizione è già un delitto.

      Non credo si debba capire chi starà con l’Islamic State e chi no, credo si debba vedere il quadro della situazione attuale, e definire chi “sta” con il terrorismo e chi no: l’IS è terrorismo, non possono esistere ambiguità.

      Se l’islam è davvero contro la barbarie, il terrorismo, l’odio xenofobo, ha perso l’occasione di dimostrarlo già da tempo. Oppure il loro vero dio – come plausibile – si chiama Petrodollaro e non Allah. E già sappiamo entrambi la risposta.

      Sulla possibilità di un intervento di terra dei paesi occidentali non sono completamente d’accordo, ma non la escludo a priori per motivi ideologici. Sono da valutare molti aspetti, la maggior parte dei quali visibili solo all’apparenza, dietro la cortina della disinformazione propria dei servizi d’intelligence. Troppi interessi in ballo a mettere il piede a terra, nel bene e nel male.

      1. caro Max, condivido con te che questa è una occasione unica, più mostri dell’ IS li devi andare a cercare nel braccio dei serial killer cannibali. E sicuramente le varie intelligence non ci stanno raccontando tutto ciò che succede.
        all’ONU però, c’è serissima preoccupazione.
        http://www.lastampa.it/2015/03/05/esteri/lonu-accelera-sulla-crisi-libica-isis-in-crescita-c-poco-tempo-8dhp4HUhTwLD23zfJQ2EdJ/pagina.html?utm_source=dlvr.it&utm_medium=gplus

        “Oppure il loro vero dio – come plausibile – si chiama Petrodollaro e non Allah. E già sappiamo entrambi la risposta.”

        Sono convinto che la religione venga usata come collante ideologico. Guarda la Nigeria. Poche persone sanno che la Nigeria E’ lo stato africano più ricco, più del Sudafrica.
        http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-06/la-nigeria-supera-sudafrica-e-prima-economia-africana-201606.shtml?uuid=ABketp8

        Ma è anche lo stato africano dove le milizie integraliste stanno compiendo i peggiori massacri. E’ una storia che va avanti dal post colonialismo: le compagnie minerarie hanno sempre finanziato gruppi separatisti, milizie mercenarie, pseudo-rivoluzionari, bande… pur di mantenere le zampe sui diritti di sfruttamento. E insanguinando il continente. I combattenti islamici, efferati e votati al martirio devono essere le truppe migliori che un figlio di puttana possa noleggiare.
        Non c’è nessuna ragione di credere che i petrodollari (o le petrosterline), non lo stiano facendo.
        Non trovo strano che all’ONU l’ambasciatore del governo di Tobruk accusi esplicitamente l’Inghilterra di fare il gioco dei terroristi. ma neanche un po’.

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