Italianità, un virus devastante

Un Paese è fatto dai suoi abitanti, dagli usi e costumi di chi lo vive, dalla sua cultura, dal modo di porsi e di ragionare dei suoi cittadini.

L’Italia dimostra, ogni giorni di più, come sia un piccolo paesucolo, fatto di gente (non tutta ma la maggior parte) che vivacchia, che si adatta e si lascia trasportare dagli eventi, capace solo di protestare vivacemente per cose inutili, senza quello spirito critico che ti fa guardare oltre, che ti fa crescere, che ispira il vanto per una nazionalità forte, dai sani principi e dal carattere maturo.

Tutto questo purtroppo non riesco a vederlo negli italiani di oggi. Forse neppure di ieri, ma spesso le cose si vedono meglio, nel loro insieme, quando ci si distacca e si osserva da lontano.

La predisposizione – tutta italica – alla perdita di tempo e al fancazzismo, spesso si manifesta in piccoli gesti, poche parole che compongono frasi illusorie, senza un fondo di convinzione e soprattutto di verità.

Avere a che fare con l’imprenditoria italiana è disarmante. Anche nelle piccole cose ci si trova di fronte a monumenti dell’immobilismo più sfacciato, più incancrenito.

Non ci vorrebbe poi molto, come fanno in altri paesi, a rispondere con un semplice “si” o un semplice “no”, invece di lasciare sospeso il tempo, con frasi come “si, interessante, poi vediamo”, “le faremo sapere”, e minchiate del genere.

Un semplice “si” o un semplice “no”. Non perdiamo tempo, che alla fine, in questa pozza d’inchiostro in cui ci troviamo a nuotare, è una delle poche cose che ancora ci restano.


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