Il virus che viene da lontano

Nell’oceano di notizie in cui quotidianamente navighiamo, mi sembra che in questo periodo si dia troppo poco risalto a un allarme che dovrebbe destare il nostro spirito di sopravvivenza e farci riflettere, molto attentamente, su quello che sta accadendo.

Mi riferisco all’escalation di vittime e al propagarsi a macchia d’olio di un virus terribile come quello di Ebola. Sembra che questa notizia, forse volutamente trattata dai media con un basso profilo, venga gestita dai governi con estrema disinvoltura, e mi riferisco sopratutto all’Unione Europea e ai suoi Stati membri, aggrediti pesantemente da un esodo di massa che dalle coste nord africane riversa centinaia di migliaia di persone nel Vecchio Continente.

L’Italia, avamposto geografico di questo Paese capace di occuparsi proficuamente solo d’interessi economici che è l’Europa, accoglie quotidianamente centinaia, migliaia di poveracci che varcano i confini continentali su mezzi che si possono a ragione definire di fortuna, coi quali se riesci ad arrivare sei un miracolato, lasciandoti alle spalle numeri impressionanti di morti e dispersi che nessuno ha interesse a contare. Persone che provengono da Paesi diversi, nei quali i sospetti di epidemie conclamate si sovrappongono alle certezze che arrivano dall’OMS circa le zone ad altissimo rischio di contagio.

Il contenimento dell’epidemia e la gestione che dovrebbe essere posta in essere, si scontra palesemente con una mancanza di controlli adeguati sui flussi in arrivo, esponendo tutti (e non solo l’Italia) ad un’inaccettabile rischio. Non sembra essere una delle preoccupazioni primarie per i sistemi sanitari europei il mettere in campo severissimi controllo e strettissime quarantene nei confronti degli immigrati, gente che arriva senza un documento, che si autoproclama cittadino di un Paese più che di un altro, nella speranza di ricevere lo status di rifugiato.

Si vedono quotidianamente sbarchi sul territorio italiano, assistiti da personale volontario, dalle Forze dell’Ordine e da comuni cittadini, che indossano (quando le hanno!) semplici mascherine monouso.

Basta guardare i servizi televisivi che provengono dai presidi sanitari centro-africani, dove sono in cura i malati di Ebola, per rendersi conto che le “nostre” misure di prevenzione e protezione sono assolutamente inadeguate.

Negli Stati Uniti il dottor Kent Brantly, contagiato dal virus in Liberia, è stato letteralmente scortato dalla polizia e con l’ausilio di un elicottero, per giungere fino all’ospedale dove stanno tentando di salvargli la vita. Ai confini dell’Europa invece, dove migliaia di persone di stanno prodigando negli aiuti umanitari e nell’accoglienza, si riempiono navi, pullman e aerei per trasportare con disinvoltura gli immigrati dalle coste siciliane ai centri d’accoglienza sparsi in tutta la penisola.

Non bastano ormai semplici controlli, il virus di Ebola ha un’incubazione che può arrivare fino a 21 giorni, tempo più che sufficiente perché, in assenza di adeguati sistemi di monitoraggio nel medio periodo di tutti gli arrivi, l’epidemia si possa propagare in maniera esponenziale.

La nostra cultura di accoglienza, se non ben gestita e adeguata alle attuali condizioni socio-sanitarie, può portare a conseguenze catastrofiche. Non confondiamo le cose, non lasciamoci condizionare dalla politica dell’anti-razzismo, l’eccessivo buonismo spesso ci fa perdere di vista la realtà, fatta di piccole cose, di gesti, di attimi. E sono quelli che apriranno le porte al virus che non conosce confini. Sta a noi mettere le barriere più efficaci perché non viaggi in giro per il mondo.

Alcune informazioni (e indicazioni) su Ebola, pubblicate su Focus

© MASSIMO BIDETTI. RIPRODUZIONE VIETATA, TUTTI I DIRITTI RISERVATI.

 
Ti piace questo articolo? CondividiloShare on Facebook
Facebook
0Share on Google+
Google+
0Share on LinkedIn
Linkedin
Tweet about this on Twitter
Twitter
Email this to someone
email

Rispondi