Egitto: tra l’incudine e il martello

Appena chiuse le urne del secondo turno elettorale in Egitto – che hanno visto una netta vittoria del blocco islamista, con un 75% di consensi popolari – il paese è piombato nuovamente nel caos e nella violenza di strada.

L’esercito picchia duro sui manifestanti, col risultato di una decina di morti e varie centinaia di feriti tra i civili.

Gli egiziani pensavano di aver incassato un successo pieno nel processo di transizione post rivoluzione e invece si trovano nuovamente in piazza, tra lacrimogeni e proiettili.

Le elezioni stanno regalando una vittoria netta ai partiti di area isalmista (40% ai Fratelli Musulmani e 35% agli integralisti salafiti) mentre la giunta militare al potere non ne vuole sapere di cedere le armi.

I giornalisti sono presi di mira dalle forze di sicurezza egiziane che sequestrano macchine fotografiche e telecamere per oscurare i pestaggi.

A quasi un anno di distanza dall’inizio delle proteste contro il governo Mubarak gli egiziani si trovano tra l’incudine e il martello: l’islamismo radicale che avanza e il pugno duro dei militari – fino a ieri considerati i salvatori della Patria – che cerca di affogare nel sangue i dissensi.

La polizia in Egitto ha ripreso il controllo del territorio ormai da tempo, coadiuvata dall’esercito, in una coalizione di forza tesa a riportare i giochi di potere agli equilibri originari.

Come potevano pensare gli egiziani di ottenere la democrazia affidandosi alle stesse divise che li hanno governati per sessant’anni?

Da un lato si profila una strada – quella di una tendenza islamista – che porterebbe diffidenza agli occhi dell’occidente e instabilità in tutta la delicata area mediorientale; dall’altra un processo che si ricongiungerebbe al passato, lasciando solo il ricordo di una speranza nel cuore degli egiziani, per una rivoluzione mancata.

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