I frutti amari di una rivoluzione farlocca

In Egitto tutti parlano della rivoluzione come di un punto d’inizio per dar vita a un nuovo corso del Paese.

Pare che l’insofferenza verso una vessazione – a giudizio della popolazione locale – nei confronti degli Egiziani, perpetrata per anni dagli stranieri, che vedevano questo posto come una spiaggia dorata per il loro business, sia sfociata in un risentimento profondo che credo non limiti la sua genesi a problematiche unicamente lavorative.

Credo che, sotto la brace di regole inique del mercato del lavoro, si celi ben altro materiale ideologico, in grado di fomentare questa “cacciata dell’invasore”, in un’ottica ben più ampia, che si può senza dubbio inquadrare nella volontà (più o meno consapevole) di voler dare all’Egitto una nuova veste, molto meno moderata, e che tenda verso posizioni più allineate ai Paesi confinanti.

Il governo di transizione del Cairo ha prontamente ripristinato la ratio di 1:10 dei permessi di lavoro agli stranieri, per tutti i settori economici.

Ovviamente questa manovra, contestualizzata, è assolutamente inefficace per dare un impulso all’economia del Paese, portandolo anzi verso un impoverimento generalizzato. Quali investitori stranieri sono disposti ad portare capitali in Egitto, dove non esiste una certezza delle regole, e che sembra orientarsi sempre più verso una forma autarchica?

La spinta che ha mosso questo nuovo esecutivo – militare, come tutti gli altri nella storia dell’Egitto, dopo la caduta della monarchia – a volgere la sua attenzione verso manovre di protezionismo spicciolo, sono forse da ricondursi ad una lungimiranza, in vista delle prossime elezioni presidenziali. E non è neppure sicuro che queste elezioni si terranno, alla fine: quale governo militare, nella storia del mondo, ha ceduto volentieri il bastone del comando ad una democrazia popolare?

Lo spirito di ribellione – per il momento rappresentato dal solo sventolio delle bandiere tricolore rosso, bianco e nero – deve esser controllato, per avere una certezza di risultati soddisfacenti, e così al via con manovre  “popolari” che mettano in buona luce l’operato del governo attuale.

Ma il popolo egiziano è pronto a competere con il resto del mondo? E’ pronto ad affrontare con intelligenza una battaglia economica per la sopravvivenza del suo Paese? Forse si è cominciato con gli strumenti sbagliati, che invece di aprire l’Egitto al mondo, non sta facendo altro che portarlo ad un ulteriore impoverimento economico, culturale e sociale.

Alcuni asseriscono che gli stranieri, negli ultimi 30 anni, abbiano sfruttato indiscriminatamente il popolo egiziano – con la collaborazione del precedente governo – impedendo così la crescita del Paese, per creare, alimentare e trarre profitto dai propri business.

Se questa osservazione può essere in parte condivisa e condivisibile – solo in parte – c’è comunque da tener presente che una certa crescita, grazie proprio alla gestione di certe aree, soprattutto ad alto impatto turistico, abbia portato comunque giovamento alla popolazione locale, sia in termini sociali, sia economici.

Grazie alla presenza nel mercato del lavoro di personale straniero, gli stipendi egiziani – a parità di qualifica – si sono innalzati generalmente, con la conseguenza che la popolazione locale attiva nelle zone turistiche, riesce a percepire un salario ben superiore rispetto alla media nazionale.

Tutto questo grazie alla presenza dei lavoratori stranieri che, percependo da sempre stipendi nettamente superiori a quelli egiziani, hanno portato ad un livellamento verso l’altro della fascia retributiva.

E se gli Egiziani prendessero in mano tutto il mercato del lavoro? La conseguenza, pare ovvio, sarebbe un impoverimento generalizzato e un livellamento verso il basso degli stipendi, che non avrebbero più termini di paragone con l’esterno (gli stranieri, appunto), e dovrebbero fare i conti con la spaventosa crisi economica che sta segnando l’Egitto, e con la mancanza di investitori stranieri con capitali e moneta forte.

Ma forse, alla luce di queste considerazioni, è plausibile che dietro le manovre protezionistiche che tanto abbagliano la popolazione, ci sia in realtà una logica ben diversa, che potrebbe portare ad un’involuzione del Paese.

Che il popolo egiziano stia attento a non cadere dalla padella nella brace.

Ti piace questo articolo? CondividiloShare on Facebook
Facebook
0Share on Google+
Google+
0Share on LinkedIn
Linkedin
Tweet about this on Twitter
Twitter
Email this to someone
email

Rispondi