Un nuovo Egitto e una vecchia storia

Sono passati quasi due mesi dalla fine della “rivoluzione” egiziana che ha deposto il Presidente Mubarak e che, nelle promesse degli organizzatori, doveva regalare al Paese un corso nuovo nella sua storia.

Un cambiamento radicale porterà i suoi frutti solo in un tempo ragionevolmente lungo, seguendo un percorso che dal rinnovamento delle Istituzioni dovrà poi orientarsi verso un ben più profondo cambiamento culturale, che permetta all’Egitto di avere non solo un volto nuovo ma, e soprattutto, una sostanza migliore e più sana. Ma cosa è cambiato realmente, in questo breve lasso di tempo? Se il buongiorno si vede dal mattino, le premesse non sono certo le migliori.

Ammainate le effigi del vecchio Presidente e riscoperto l’amor di Patria, sembra che gli egiziani, fino ad ora, si siano accontentati di poca cosa: dello sventolio delle bandiere e di un’idea di cambiamento che però, nella realtà, è ben lungi dal venire.

L’unica cosa certa è che al momento questa rivoluzione ha portato una crisi economica che si è abbattuta sul Paese come uno tsunami, piegando le ginocchia dell’Egitto (e degli egiziani), che si è trovato costretto a lanciare un appello ai suoi emigrati in giro per il mondo, per raggranellare qualche soldo e non collassare definitivamente, sotto il peso di un crack epocale incontrollabile.

Il turismo è uno dei comparti che maggiormente hanno risentito dei postumi della rivoluzione, con un drastico calo dei flussi, complici le relazioni compromesse con molti Paesi fornitori di quegli stessi flussi che col vecchio governo erano uno dei punti di forza dell’Egitto.

La Russia ha dato nuovamente il via libera alle partenze per la Terra dei Faraoni, al costo di non si sa bene quali accordi in campo energetico, col nuovo governo di transizione.

L’Italia, e gli altri partner turistici europei sono ancora in attesa di un qualche segnale di stabilità del Paese, con gli occhi ben attenti sulla strada che prenderà la politica egiziana, nell’incertezza tra un futuro di continuità moderata o di una sterzata verso posizioni più integraliste.

La famosa Amn Dawla, la polizia segreta considerata il braccio forte del vecchio regime, è stata sospesa, e anche gli uffici di Sharm el Sheikh sono chiusi, in attesa di conoscerne le sorti. Sicuramente una presenza storicamente così capillare nel controllo del territorio potrà riprendere la propria attività solo dopo le prossime elezioni, per evitare che la sua ancora indiscutibile forza possa indurre il dubbio di un condizionamento sull’esito delle urne.

Ma, al di là dei trasferimenti, delle destituzioni e delle riforme in atto nelle Istituzioni centrali e locali, con che realtà nuova il popolo egiziano si trova a vivere la propria vita, dopo l’11 febbraio 2011, data della caduta di Mubarak?

Sembra davvero che questa rivoluzione abbia finora portato solo instabilità, sia interna sia internazionale, nel mercato del lavoro, degli investimenti, e dell’economia tutta in generale: il turismo stenta a riprendere, il nuovo governo militare ha imposto regole precise al diritto di manifestare (quello stesso diritto che ha dato il potere, dichiaratamente temporaneo, agli stessi generali), l’imprenditoria straniera si trova in un momento di crisi che volge inevitabilmente verso una drastica riduzione quantitativa (e a volte qualitativa) degli investitori e della loro presenza, i residenti stranieri palpano un’incertezza finora sconosciuta sulle proprie sorti lavorative e di permanenza nel Paese, e gli egiziani stessi, che si sono cuciti addosso questa rivoluzione, non pare proprio che abbiano cambiato la loro condizione sociale, solcata da un divario economico che pare ancora impossibile colmare.

Ci vorrà tempo, molto tempo, perchè al volto nuovo, calato come una maschera dai colori rosso bianco e nero, si arrivi ad un vero rinnovamento sociale, e questo non potrà certo avvenire in un’unica generazione, ma speriamo che gli egiziani non perdano la strada, distratti da abili imbonitori mediatici e dal fisiologico rilassamento causato dalla stanchezza post festeggiamenti.

Uno dei tumori sociali contro cui si sono battuti i manifestanti del 25 gennaio, è quello della corruzione, un fenomeno ormai radicato per cultura in questo Paese, e di cui ogni egiziano ha respirato come l’aria, a pieni polmoni.

Questo “stato dell’arte” del malcostume tra diritti e doveri dei cittadini, purtroppo stenta a morire, e sembra quasi che per gli egiziani le responsabilità di un sistema marcio, fatto di corruzione e immoralità, sia da addebitarsi al solo ex Presidente e ai suoi delfini: decapitato il regime il Paese è tornato a respirare di aria pura. Purtroppo la realtà è ben diversa.

Questo lo sappiamo bene anche noi italiani, che dopo Mani Pulite ci siamo ritrovati sulle poltrone ancora calde i Vice dei Vice, in un rimescolamento della politica e dell’economia che non ha portato ad un vero rinnovamento del Paese, al punto che, dopo 20 anni dallo scandalo che ha dato il via ad una delle più sconvolgenti indagini giudiziarie della nostra Repubblica, ci troviamo a leggere in cronaca nomi nuovi, sotto l’ombrellone di quel Pio Albergo Trivulzio dal quale tutto è cominciato.

E così, in una di gran lunga meno interessante (per le cronache) capitale del South Sinai, lo stesso ingegnere della motorizzazione che fino a due mesi fa prendeva soldi sotto al tavolo è sempre lì, a firmare gli stessi moduli, e lo stesso funzionario, che se non “ungevi”  non ti mandava avanti la pratica allo sportello, riceve come sempre i documenti, dalle stesse persone cui ha disinvoltamente estorto per anni un diritto.

La sensazione è di vivere, più che l’alba di un nuovo Egitto, un passaggio di testimone che prevedeva il tramonto di un vecchio Presidente, e questo ci porta a sospettare che ci sia un disegno molto meno edulcorato, ma più credibile, di quello che ci hanno mostrato, e che hanno mostrato agli egiziani stessi.

La popolo di Sharm, che fino al 10 febbraio 2011 ostentava un devoto amore verso il “loro” Presidente, adesso sventola la bandiera della rivoluzione, sentendosi parte di quel popolo che è sceso in piazza, vincendo la paura delle conseguenze di una sconfitta.

Mi ricorda molto l’Italia del secondo dopoguerra, quando nel tempo di un battere di ciglia tantissimi italiani avevano lavato in varichina le loro camicie nere, stendendole al vento dei balconi come bianchi lenzuoli immacolati.

La storia è proprio un ripetersi di eventi.

Ti piace questo articolo? CondividiloShare on Facebook
Facebook
0Share on Google+
Google+
0Share on LinkedIn
Linkedin
Tweet about this on Twitter
Twitter
Email this to someone
email

Rispondi