Egitto in rivolta, giornalisti in prima linea

Nei conflitti, una delle prime luci che si cerca di spegnere, in ogni parte del mondo, è quella dell’informazione.

Il Governo egiziano ha già dato dimostrazione di questo, nei primi giorni della protesta, oscurando internet, e tagliando fuori il Paese da ogni comunicazione con l’esterno.

I giornalisti hanno però potuto svolgere il loro lavoro con mezzi di fortuna, riuscendo comunque a stabilire i collegamenti con le Redazioni.

In questi ultimi due giorni stiamo assistendo ad un vero tiro al bersaglio nei confronti dei tanti colleghi che cercano, con estrema professionalità, di testimoniare ciò che accade per le strade del Cairo, tra la gente, attraverso il Paese.

Questa mattina mi sono messo in contatto con un collega fotoreporter, inviato in Egitto per seguire la crisi. Ometto il nome e la nazionalità – come mi ha chiesto – per motivi di sicurezza, ma conoscendolo bene e avendo lavorato con lui per anni, posso garantire che si tratta di un ottimo professionista, abituato a gestirsi in zone calde e situazioni difficili. Questa la sua testimonianza:

–  Dove sei in questo momento?

«Sono al Cairo. La situazione qui è molto pesante: i giornalisti non possono circolare per strada, se non a rischio della vita stessa. Girano ronde armate in abiti civili, e con armi di ogni genere: bastoni, spade, coltelli, pistole, fucili».

 –  Quando sei arrivato?

«Io sono arrivato domenica, alcuni colleghi erano già qui, altri hanno raggiunto il Cairo nei giorni successivi. Fino a due giorni fa la situazione era abbastanza gestibile, come in altri contesti dove ho lavorato, ma poi c’è stato un vero e proprio cambio di direzione: sembra che abbiano cominciato a prenderci di mira con metodo, non casualmente».

«La situazione è precipitata poi dalla giornata di ieri: molti colleghi sono stati aggrediti, le macchine fotografiche spaccate o sequestrate , le schede di memoria distrutte.»

–  Hai avuto la sensazione che il “tiro al giornalista” sia stato pianificato? E da chi?

«Assolutamente sì. Questa caccia al giornalista viene condotta dai sostenitori di Mubarak. Qualcuno (secondo me allarmista) dice che non vogliono farci vedere il massacro che stanno per fare, ma io non credo proprio che ci sarà nessun massacro. Comunque non vogliono che diamo le notizie nel D-Day»

–  Avete avuto altri problemi, in questi giorni?

«A  molti di noi sono stati sequestrati anche i documenti. Ci controllano continuamente, ma non si riesce a capire se sono manifestanti civili o poliziotti in borghese. Qui girano tutti armati, e con ogni arma immaginabile!»

–  E adesso, come fate a lavorare?

 «Al momento è impossibile muoverci: non possiamo uscire. Siamo stati trasferiti in un albergo, in una zona “sicura”, dove siamo adesso; alcuni addirittura sono stati portati qui con i blindati dell’esercito. Oltretutto è veramente difficile tirare fuori la macchina fotografica per strada: videocamere, macchine fotografiche, perfino i taccuini dei reporter vengono presi di mira. E’ come avere un bersaglio attaccato al collo».

–  Ci sono stati feriti tra i colleghi?

« Sì, alcuni sono stati picchiati da gruppi organizzati. Il rischio purtroppo non si limita al linciaggio, qui si rischia proprio di essere ammazzati, e ad ogni angolo non sai da che parte potrebbe arrivarti un colpo: le fazioni non si riconoscono, non hanno dei segni distintivi, e non sai mai se sono civili o poliziotti in borghese. Al momento mi risulta soltanto un collega svedese ferito gravemente con una coltellata alla gola»

–  Cosa pensi di fare?

«Ancora non so ma vorrei andare via da qua: non mi piace stare nei posti al chiuso, in questi casi. Poi girano strane voci, pare stiano preparando un blitz per colpire i giornalisti, anche qui.»

 – Hai preso contatto con l’Ambasciata italiana?

« Non ancora. So che ad alcuni colleghi che hanno chiamato la nostra rappresentanza diplomatica  è stato detto di rimanere chiusi in albergo, di non uscire»

–  Ok, in bocca al lupo e buon lavoro; ci risentiamo quando avrai trovato una sistemazione più sicura.

Questa era la testimonianza di un giornalista fotoreporter che in queste ore si trova per le strade del Cairo, a fare il suo lavoro. Lascio a voi lettori ogni commento e considerazione, sul trattamento riservato ai giornalisti – e sono tanti – che stanno compiendo il loro dovere d’informazione, a rischio della propria vita, in ogni parte del mondo.

Ti piace questo articolo? CondividiloShare on Facebook
Facebook
0Share on Google+
Google+
0Share on LinkedIn
Linkedin
Tweet about this on Twitter
Twitter
Email this to someone
email

Rispondi