Residenti all’estero o turisti a lungo termine?

Una frase ricorrente, che si sentono spesso rivolgere coloro che vivono in un Paese straniero, ogni qualvolta vengono messi in evidenza usi e consuetudini discutibili di quel luogo, è: “Questa è casa nostra, e tu sei un ospite: se non ti piace, puoi sempre andartene”.

Chi di noi, che viviamo fuori dai confini della nostra bella Italia, non ha mai sentito, magari indirizzata a un amico, questa odiosa frase? Beh, a me è capitato spesso, di sentirla rivolta a chi conosco, e anche di esserne bersaglio.

Ci sono varie considerazioni che vanno fatte al riguardo, e coinvolgono entrambi i fronti: chi la pronuncia e chi ne è oggetto.

Per prima cosa è sempre bene ricordare che quando si viaggia, e si viene a contatto con culture e realtà diverse dalle nostre di origine, ci si deve un po’ “adattare”. Questo non vuol dire, certo, accettare passivamente, ma anzi, mettersi in relazione con il contesto sociale che ci circonda in quel momento, fatto di cultura, di tradizioni e di consuetudini, che spesso sono a noi estranee e nuove. Pensare, prima di parlare. Pensare, prima di agire. E soprattutto pensare, prima di giudicare.

Purtroppo in giro per il mondo non ci sono solo “pensatori”, in questo senso, siano essi viaggiatori o indigeni, e allora dobbiamo fare delle opportune valutazioni.

Innanzi tutto dobbiamo distinguere due tipi di “stranieri”: quelli che viaggiano (siano essi turisti vacanzieri o viaggiatori di professione), e quelli che hanno scelto un Paese diverso dal loro per vivere.

Non approfondisco la relazione turisti-indigeni, perché è alquanto difficile che un turista sia oggetto di questa frase avventata. Penso invece a chi di un Paese straniero ha fatto la propria “casa”, il proprio Paese, per elezione.

Quando una persona decide, nel rispetto delle leggi del Paese che lo accoglie, di trasferirsi a vivere in quel luogo, si crea – o si dovrebbe creare – una vera relazione, fatta non certo di passiva accettazione, ma di scambio reciproco, che nelle società moderne si realizza nell’acquisizione dei medesimi diritti e nel rispetto dei medesimi doveri dei cittadini naturali di quel luogo. Una vera relazione di reciprocità.

Ora, se pensiamo, ad esempio, a quanti cittadini italiani vivono qui in Egitto, e più nello specifico in Sinai, non possiamo non mettere in relazione questo dato col numero di cittadini egiziani che vivono entro i confini del nostro Bel Paese, e fare delle osservazioni.

Sarà pur vero che a sud delle Alpi è cosa ben più complicata l’insediarsi per un cittadino extracomunitario, ma nel momento in cui – ed è materia regolamentata di recente – ha ricevuto il suo bel foglio che lo autorizza a restarci finché vuole, diventa parte integrante del tessuto sociale italiano, con tutti i suoi bei diritti, e i medesimi doveri di tutti gli altri cittadini protetti dal Tricolore nazionale. Qui in Egitto le cose sono un po’ diverse.

Sì, perché qui, al sud delle Piramidi – ma anche al nord – il trattamento riservato agli extracomunitari – intesa come comunità araba – è solo apparentemente più permissivo, ma nella realtà è ben lungi dall’avere quelle caratteristiche di reciprocità che noi (leggi: in Italia) offriamo ai discendenti di Cleopatra.

In Italia uno straniero, che abbia tutti i suoi bei permessi, può tranquillamente aprire la sua attività commerciale e lavorare, senza che nessun sindacato – e anzi, certi sindacati proprio li aiutano – s’indigni perché non ha assunto lavoratori italiani. Qui no. Qui, se vuoi lavorare nelle regole – il lavoro clandestino non è argomento di questo articolo – devi inevitabilmente dar da mangiare a una decina di lavoratori locali, per ogni straniero impiegato nella tua attività. E così, se ti venisse voglia di aprire un bel negozietto, magari con tua moglie, ti devi sobbarcare dell’onore mensile di una ventina di egiziani, solo per poter tirar su la saracinesca ogni mattina.

In Italia uno straniero in regola è soggetto alle medesime leggi degli italiani – com’è logico debba essere – e non a una normativa ad hoc, peraltro vessatoria e iniqua, che ne limiti la libertà, anche e soprattutto quando questi sia parte integrante del tessuto produttivo del Paese.

In Italia, se uno straniero deve compilare un documento, gli viene fornito un traduttore, e non è obbligato a firmare su fogli di carta di quaderno atti e carte, senza conoscerne il contenuto.

In Italia, se uno straniero prende un caffè al bar, gli viene applicato lo stesso prezzo degli italiani, e non il prezzo “extracomunitario”, com’è usanza da queste parti. Sì, perché è bene ricordare che qui esistono almeno tre prezzi differenti: uno per gli egiziani, uno per i “residenti stranieri” (che è il doppio), e uno per i turisti (che arriva anche al 10x).

Una cosa del genere – in Italia – infiammerebbe anche le più apatiche categorie di consumatori.

La lista è veramente lunga, di tutte quelle cose che ci fanno sentire “stranieri” in un posto dove abbiamo deciso di vivere, dove lavoriamo, e dove paghiamo regolarmente le nostre belle tasse. Prendete questo solo come un piccolo assaggio di un menu confezionato ad hoc per noi stranieri, in terra straniera.

E allora perché, stupidamente, ci ostiniamo a restare in questo posto? Perché non seguiamo il consiglio del ragazzotto che ci ha detto quella frase sconsiderata “… se non ti piace puoi sempre andartene”?

La risposta è semplice: perche noi abbiamo deciso di vivere in questo posto, nel rispetto delle leggi locali. Perché noi lavoriamo e paghiamo regolarmente le tasse in questo Paese. Perché se andiamo a Roma, a mangiare in pizzeria, e ci sentiamo come turisti al Cairo, senza vedere un solo italiano al di là del bancone, possiamo di diritto ordinare una stessa pizza al Cairo – e forse con più diritto, a tutela di un prodotto DOP della nostra bella Italia – senza pensare che dall’altra parte del mare il nostro omologo possa avere più diritti di noi.

Perchè il manifestare un disappunto, o esprimere un’opinione, dovrebbe essere merce preziosa, per stabilire un confronto e una relazione tra culture, in modo che si possa crescere da questo scambio reciproco.

Perchè se gli Stati hanno tracciato confini nazionali, ci sono cose che questi confini li travalicano, cancellando le differenze di razza e religione: il rispetto per l’uomo e il rispetto per l’ambiente, che è di tutti gli uomini.

In un’epoca in cui le “differenze” sociali si dilatano, creando sempre maggiori strappi nel tessuto sociale “globale”, forse l’idea di una ”uguaglianza sociale” – magari un po’ diversa da quella teorizzata da Fourier – dovrebbe essere, più che in altri tempi, un modello cui aspirare.

Ecco perché non accetto di sentire questa frase: perché esiste un principio universale – direi meglio “globale” – che pone l’uomo all’interno del mondo, che è di tutti gli uomini, al di là delle frontiere, al di là delle religioni, al di là delle ideologie politiche.

Ecco perché, caro il mio ragazzo, noi non ce ne andiamo: perché “questo” ambiente, “questo” mondo, non appartiene a “te”, ma appartiene a tutti “noi”.

Ecco perché, caro il mio ragazzo, c’indigniamo, quando vediamo certe cose, e dovresti indignarti pure tu, e anche prima di noi, che sei nato in questo Paese: perché è il “nostro” mondo, e tutti hanno il diritto – e il dovere – di sentirsene parte, di proteggerlo e di migliorarlo.

Sarà una visione utopica di una società perfettibile, ma credo sia il vero obiettivo cui deve volgere lo sguardo l’uomo, anche in questo pezzo di terra, diviso tra due mari.

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