Pupazzi e Pupari

Era da tanto che non imbrattavo queste pagine, e in questo periodo mi sono spesso chiesto quale fosse un argomento interessante da condividere con voi. In realtà non è che mancassero le idee, da queste parti, ma ho voluto lasciar correre un po’ d’acqua sotto i ponti, scegliendo quale dei tanti sassolini dovessi tirar fuori dalla scarpa, per cominciare bene il nuovo anno.

Consigliato dai fatti di cronaca locale, e sull’onda di alcuni articoli interessanti che ho letto – anche su queste pagine – circa altisonanti nomi, acronimi e situazioni al limite del ridicolo, mi sono deciso: ho preso carta e penna e, appollaiato sul mio palo preferito, da dove posso dominare tutto il Sinai, mi son messo a scrivere.

Quest’ultimo scorcio del 2010 si è chiuso per Sharm el Sheikh con un bilancio decisamente negativo.

Complice – ma non solo – l’arrivo del famoso squalo, recapitatoci come un regalo di Natale di cui tutti avremmo fatto volentieri a meno, Sharm si è addobbata, agli occhi del mondo, col suo miglior vestito vecchio e consumato, dando un’immagine di sé alquanto discutibile – e discussa.

A far la parte del leone, in questa vicenda che ha purtroppo avuto toni dal grigio al nero più profondo (un morto e alcuni feriti) sicuramente spiccano la politica locale e la pluripremiata (e qui ci starebbe bene un bel “tapiro” mummificato) CDWS. Ma non solo.

Tralasciando le considerazioni sul Governo locale, e sulla Camera dei Diving e i suoi rappresentanti – se n’è scritto abbastanza, e molto altro credo se ne scriverà -, una menzione speciale, stavolta, va ad alcuni imprenditori nostrani, che sguazzano in queste acque.

Non bastava la vicenda di cronaca in sé, a mettere una lapide tombale su di un quadro già triste da molti anni: lo sfruttamento del lavoro (egiziano e straniero), il mancato rispetto delle regole (le farlocche certificazioni ISO), la vessazione continua cui devono sottostare le centinaia di lavoratori stranieri che vengono sfruttati da compatrioti senza troppi scrupoli. No, adesso siamo andati pure oltre.

Alla fine del 2009 il Governo egiziano ha emanato una legge – iniqua – che prevedeva certi requisiti per operare nel settore della subacquea.

A seguito di questa “perla” del legislatore egittico, non è stato però istituito alcun organo di controllo che vigilasse su questo nuovo settore del mercato del lavoro. E così, tra pupazzi e pupari, ci siamo ritrovati a nuotare in un brodo primordiale, fatto di permessi di lavoro venduti, di manager senza troppi scrupoli, di uffici e funzionari improvvisati, cercando di rimanere a galla.

Non esiste nessun controllo sulle reali assunzioni dei diving centers: si paga il relativo dazio annuale alla CDWS – che in molti si chiedono cosa ci stia a fare – e a posto così. Nessuno verrà mai a verificare se questo o quello staff lavori realmente per questo o quel diving center.

Oltretutto, questo sporco mercato dei work permit, ha alimentato un’occupazione fittizia, nella quale un imprenditore può dichiarare di aver assunto il numero di egiziani richiesto, pagare per questi le relative tasse e assicurazioni, ottenere il numero di permessi di lavoro per stranieri di cui ha bisogno, e a quel punto licenziare i poveri Egiziani – poveri mica tanto, visto che si sono intascati almeno un migliaio di pounds per il servizio -. E così avanti, l’anno successivo: stessa trafila. Nessuno verrà mai a controllare nulla. Nessuno verificherà se questi dipendenti realmente esistono.

Questa mirabile tutela del lavoro si estende anche ai lavoratori stranieri (evviva, almeno qui una parità di trattamento!), che non hanno, in questo Paese, alcuna forma di tutela.

Non esiste un vero contratto di lavoro, non esiste un sindacato, non esiste assistenza sanitaria, non esiste alcuna forma di pensione.

Se ti ammali e non lavori non guadagni; se al tuo datore di lavoro non servi più, prendi le tue cose e te ne vai; non esiste contrattazione per il tuo stipendio, né rivalutazione; quando te ne vai, saluti e baci: il TFR è un termine sconosciuto.

A seguito del tracollo – perché di tracollo si può parlare, con un -60% – del mercato del turismo subacqueo di fine anno, molti diving si sono organizzati.

Ben lungi dal rispetto di ogni rapporto di lavoro “umano”, molti di loro – ma non tutti, fortunatamente – si sono divisi in due fazioni: da una parte quelli che hanno lasciato a casa gli staff – licenziandoli – in attesa di periodi migliori, dall’altra quelli che hanno optato per una soluzione più “accettabile” organizzandosi con “patti di solidarietà”.

A questo proposito andrebbe però ricordato, ai vari imprenditori che hanno optato per questa seconda soluzione, che il “patto di solidarietà” è un istituto che va stabilito tra dipendenti, e non arbitrariamente dal datore di lavoro. Sì, perché qui in Sinai sono stati in molti i proprietari che hanno deciso di “tagliare” gli stipendi ai dipendenti (anche del 50%) perché le loro casse erano prosciugate dal calo del turismo.

Ovviamente la CDWS, occupata nelle sue faccende, non si è minimamente opposta ad alcuna di queste iniziative, anche se si è andati a toccare direttamente i diritti (essere pagati per il proprio lavoro E’ un diritto) dei suoi iscritti. Dobbiamo però ricordare che la Camera Diving tutela solo i suoi “membri”, che sono i diving center, e non i suoi “iscritti”, che sono anche gli staff.

Questa è la realtà di questo mercato del lavoro gestito come un carrozzone, e che non è iniquo solo nei confronti dei cittadini stranieri, ma anche – e a vedere gli stipendi direi anche di più – nei confronti dei cittadini egiziani.

Buon lavoro a tutti!

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