Aria fritta e gli standard ISO

Il mese di agosto è scivolato via anche quest’anno sulle acque trasparenti del Mar Rosso. L’alta stagione ha visto migliaia di subacquei immergersi sorridenti tra banchi di carangidi e platax, incorniciati tra il blu e le meravigliose pareti multicolore di questo mare stupendo.

Se pensiamo alla mole di bombolari che è passata per queste acque, non possiamo non immaginare quanto lavoro è stato sostenuto dai diving centers, dagli istruttori e dalle guide, durante questi tre mesi appena trascorsi.

Nel marasma globale di piedi pinnati sui reef, fruste in avvitamento sui coralli come sciarpe a Natale, e sparaflashate (per chi ha visto M.I.B.) ai poveri pagliaccetti incazzati tra le loro anemoni profanate, possiamo dire che tutto è andato bene. Ma nell’oceano di lavoro e di attrezzature sparpagliate a mezz’acqua, tra il sole del Sinai e i fondali del golfo di Aquaba, ci sono alcune considerazioni che dobbiamo fare, a consuntivo di una stagione che è ancora nel suo pieno, anche se non più concitata, come nel canonico mese dei vacanzieri dello Stivale. Una delle più importanti è senza dubbio quella che riguarda la sicurezza, e il rispetto delle basilari norme da seguire, per scongiurare i problemi più insidiosi: gli incidenti subacquei.

Purtroppo anche quest’anno, sul versante della sicurezza, non possiamo dare a tutti i diving centers di Sharm la bandiera d’eccellenza: a causa forse della crisi economica che ancora si trascina, alcuni centri subacquei si sono distinti per la pessima abitudine di guardare più agli incassi giornalieri che alla manutenzione dei compressori.

Non si tratta di un fenomeno allargato, ma purtroppo, anche se ben circoscritto, è pur sempre un serio rischio per la salute dei subacquei, siano essi istruttori o clienti.

Uno dei casi registrati riguarda un centro subacqueo tedesco (e un po’ spagnolo), situato a Naama Bay, che è noto per lavorare con un intero staff di freelance, e con solo un paio di permanent (alla faccia delle nuove disposizioni in materia di permessi di lavoro!). Il centro è internazionale, e la clientela può contare sempre sulla presenza di istruttori e guide madrelingua.

Purtroppo questo centro, oltre a fornire un discutibile servizio logistico (a detta dei clienti), quest’anno ha vinto la palma d’oro della “Sharm el Sheikh Bad Breatheable Air 2010”. Si, perchè il suddetto diving ha fornito, per diverse settimane, aria arricchita all’olio di compressore. Forse una nuova miscela da loro testata, ma non credo che possa essere annoverata tra gli standard richiesti dalla CDWS per il rilascio della certificazione ISO, necessaria a tutti i diving center di queste parti.

Questa nuova miscela brevettata, di cui peraltro faremmo tutti volentieri a meno, ha portato vari problemi, compreso il ricorso ad analisi cliniche da parte di un istruttore freelance, che ha avuto la sfortuna di lavorare per loro. Il risultato è stato che il povero pro diver adesso si ritrova i polmoni con delle belle macchie d’olio, pronti per una frittura di paranza. Il problema, a detta del dott. Adel della Camera Iperbarica di Sharm, dovrebbe risolversi senza postumi (si spera..), ma la vicenda è alquanto grave.

Il consiglio che posso dare a tutti i subacquei, è quello di controllare sempre l’aria delle bombole, e se qualche dubbio dovesse venire per un cattivo odore della miscela, basterà un semplice controllo con un fazzoletto (o carta igienica) da appoggiare alla rubinetteria, per verificare la presenza di particelle contaminanti. Certamente non si tratta di un’analisi precisa, ma potrà dare senza dubbio l’idea di cosa andremo a respirare. Non ci dimentichiamo che, respirando aria contaminata, bene che ci vada ci intossichiamo, ma le conseguenze possono anche essere letali.

Buone bolle!

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