Da Jacques Cousteau alla Baia dello Sceicco

Dalla scoperta delle meraviglie del Mar Rosso da parte di Jacques Cousteau, nel lontano secondo dopoguerra, le coste del Sinai sono state meta preferita dai subacquei di tutto il mondo: i colori e la natura impareggiabile di questi luoghi, già dai primi metri sotto il pelo dell’acqua, ne hanno fatto una delle destinazioni più famose di tutto il globo.

Negli ultimi anni, però, molte cose sono cambiate, e se prima potevamo attribuire certi comportamenti sconsiderati all’ignoranza, oggi non possiamo certo nasconderci più dietro questo paravento d’ipocrisia.

Chi ha cominciato a frequentare questo splendido mare già una ventina d’anni fa, può facilmente testimoniare che la mano dell’uomo ha marcato pesantemente questo delicato ecosistema, portandolo ad uno stadio di precarietà preoccupante. Sono tantissimi i subacquei che, oggi, denunciano un peggioramento dell’ambiente marino, con il conseguente impoverimento delle sue risorse.

Quando sento frasi del tipo “il Mar Rosso non è più quello di una volta.” oppure “Mi ricordo, venti anni fa, il mare era bellissimo. Adesso non sembra più lo stesso.” mi domando sempre se tanta retorica e miopia siano manifestate anche altrove, dove le cose non sono certo migliorate col tempo: ovunque nel mondo, la mano dell’uomo ha distrutto (o lo sta facendo) senza mai dare in cambio nulla di buono alla natura. Se qualche opera, come va di moda dire negli ultimi anni, è stata realizzata a “basso impatto” ambientale, questo non vuol certo dire che sull’ambiente non abbia avuto effetti. Tutte le nostre opere tengono in prima considerazione il benessere (spesso eccessivo) dell’uomo, e solo in seconda battuta quello dell’ambiente che lo circonda, e che lo accoglie. L’uomo diventa “verde” solo per lavarsi la coscienza dalla sua opera sconsiderata.

Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma si sconfinerebbe senza dubbio presto nella retorica, e questo nostro pianeta di retorica non sa proprio cosa farsene, per sopravvivere. Allora torniamo al “nostro” mare (e a dire il vero, anche il Mare Nostrum – Mediterraneo – non se la passa bene…), che abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni.

In un Paese, l’Egitto, dove non è assolutamente presa in considerazione la tutela dell’ambiente sulla terra, come potersi aspettare che esista anche una parvenza di interesse per quello che sta sotto il mare? Sempre la solita storia: se non si vede, non crea problemi. Un po’ come nascondere la polvere sotto il tappeto, insomma. Ma questo, a onor del vero, lo facciamo spesso anche noi, nei nostri rispettivi Paesi, ergendoci a paladini dell’ambiente solo quando giochiamo fuori casa. Inutile quindi essere falsi moralisti.

Le basi di una vera cultura dell’ambiente devo essere gettate attraverso l’insegnamento scolastico, e il buon modello famigliare, non con il semplice rispetto delle leggi (là dove vengono rispettate…).

In Egitto, dopo la scoperta delle piramidi, si è passati direttamente alla scoperta del turismo, creando un enorme buco nero di cultura che ormai è impossibile riempire. L’obiettivo principale non è investire, ma guadagnare: subito, tanto e senza scrupoli. E così, al pari delle piramidi, anche il Mar Rosso è stato aperto alla massa ignorante che vuole mandare una cartolina da un posto di vacanza fuori confine.

Il risultato è una crescita sconsiderata di vacanzieri senza regole che affolla pochi chilometri quadrati di costa e mare, con la delicatezza di un pachiderma che gironzola tra le vetrerie di Murano, assistito da aitanti giovanotti che conoscono meglio usi e costumi di capre e dromedari invece della vita marina. Sì, perché, è inutile negarlo, tra guide subacquee straniere e locali, c’è un abisso grande come il Mar Rosso.

Sembra che la vita, qui in Sinai, si svolga tutta in meno di cento chilometri di terra, tra Sharm el Sheikh e Dahab, quando invece, pochi passi più in là, nelle incantevoli Nuweiba e Taba, ad accoglierci troviamo una cultura ben più vera e a misura d’uomo, incorniciata in un fantastico paesaggio tra le montagne rosa del Sinai e i meravigliosi colori del mar Rosso.

Sarebbe impensabile contingentare il numero delle presenze, anche se auspicabile al pari delle entrate di un museo (perchè questo E’ un vero e proprio museo naturale, i cui confini sono delimitati dall’orizzonte), e molto più semplice invece “desaturare” certe zone, sia in terra sia in mare, affinchè possano avere il tempo di “assorbire” l’impatto antropico già ricevuto e rigenerarsi per quanto possibile. E allora, una soluzione praticabile, potrebbe essere quella di aprire a nuove località, e a nuovi punti d’immersione: solo così il compromesso tra economia e ambiente troverebbe tutti d’accordo.

Io vi consiglio di guardare un po’ più in là, oltre le montagne che circondano la Baia dello Sceicco (Sharm el Sheikh, appunto) e provare a fare una vacanza in luoghi dove ancora è possibile (e chissà per quanto…) respirare una cultura e un ambiente molto meno svenduti al turismo di massa. La scoperta merita senz’altro il viaggio!

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