L’albero della cuccagna

Se fino a qualche anno fa la molla che aveva spinto molti stranieri a trasferirsi in Mar Rosso era la possibilità di sfruttare la propria professionalità, in un settore che da semplice passione, poteva diventare uno stile di vita, oggi purtroppo c’è da chiedersi cosa mai possa spingere ancora tanti italiani, inglesi, francesi, tedeschi a venire qui per cercar fortuna.

La situazione economica è decisamente cambiata, e sicuramente in peggio: l’aumento del costo della vita, assolutamente non allineato con le retribuzioni offerte, impone compromessi spesso al limite del ragionevole, per chi vuole restare a godere di questo splendido mare.

Se ieri (dieci anni fa) un istruttore subacqueo riusciva a portarsi a casa anche 2.500 dollari al mese (e allora il dollaro valeva qualcosa!), nel secondo lustro di questo terzo millennio, i budget sono stati radicalmente rivisti, e oggi la paga media di un istruttore non supera i 35 euro al giorno (!), con la speranza di riuscire a lavorare almeno una ventina di giorni al mese, nella migliore delle ipotesi, e in alta stagione.

Uno stipendio che non supera  quasi mai i 1.000 euro, dai quali se ne devono detrarre almeno 300 di affitto, 150 per uno scooter a noleggio, e qualcosa come 200 per mettere insieme colazione, pranzo e cena, a prezzi da residente. Sulla rimanenza c’è da considerare poi l’usura dell’attrezzatura (tutta personale) e la relativa spesa per riparazioni o sostituzioni. Un istruttore può facilmente spendere in attrezzature, ogni anno, quello che un subacqueo ricreativo spende in una vita di immersioni.

Alla luce di queste cifre, c’è veramente da chiedersi cosa trattenga qui centinaia di stranieri… Ma la passione, e forse anche l’abitudine ad una vita di anticonformismo standardizzato, tengono radicati anche i più sedicenti vagabondi, o certi anacronistici nomadi dell’azoto libero.

In un settore che ormai in Mar Rosso è diventato una vera e propria industriale, il lavoro non è in nessun modo tutelato.

Questa gigantesca macchina da immersioni, che nel solo Sud Sinai (Sharm el Sheikh e Dahab) conta oltre 200 diving centers, viene gestita ormai da imprenditori che offrono lavoro senza nessun margine di trattativa: prendere o lasciare! E così, se fino ad oggi ancora qualche piccola struttura riesce a sopravvivere, grazie a quei clienti fedeli che non vogliono essere solo dei numeri nella tombola dei bilanci societari, il futuro si prospetta comunque alquanto difficile e incerto. Adesso la subacquea parla sempre di più arabo, con imprenditori senza scrupoli (soprattutto locali!) e divemaster improvvisati tirati giù dal dorso di un cammello.

Il business è il business, e se c’è da guadagnare, sulla pelle di chiunque, avanti il prossimo. E così, sempre più numerosi sono i buoni professionisti che lasciano il bel paese delle immersioni per far posto a sedicenti istruttori-gigolò con 100 immersioni sulle spalle…

Riempirsi la bocca e le tasche di permessi di lavoro, documenti, tasse e bustarelle, non aiuterà certo a migliorare il servizio che il turista si aspetta. Tutto questo servirà soltanto a spazzar via la concorrenza, quella stessa concorrenza che fino a ieri era vista come una risorsa preziosa (soprattutto in termini di professionalità) e che adesso sembra non interessare nessuno.

Se lo guardiamo bene, adesso, l’albero della cuccagna offre solo falafel e shawerma: chissà se i tantissimi subacquei che riempiono il mare d’Egitto riusciranno ad abituarsi a questo menù…

Buone bolle!

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