Permessi di lavoro, il mercato delle pulci

Dopo decenni di anarchia, da quest’anno tutti gli stranieri che operano nel settore della subacquea in Egitto, hanno l’obbligo di avere il permesso di lavoro.

Una norma giustissima, che si pone (forse…) come primo passo per riequilibrare i piatti della bilancia in un mercato, quello del lavoro appunto, che qui in Egitto non è mai stato ben regolamentato.

In un posto dove non esiste nessuna forma di tutela sindacale, dove ogni basilare norma di sicurezza viene sistematicamente disattesa, dove la meritocrazia viene calpestata dal più sfacciato nepotismo, questa legge però sembra nata già orfana.

La situazione dei lavoratori stranieri, qui in Sinai, non è mai stata regolamentata, anche se leggi in realtà ce n’erano, se non a controllare le assunzioni, almeno a tutela di un sistema fiscale che non brilla certo per coerenza.

E allora via al business dei permessi di lavoro, al pari di ogni altro affare.

Se fino a ieri l’obolo da versare per lavorare nel settore subacqueo, era il pagamento di una quota annuale all’associazione dei diving centers (!), adesso si è alzato il tiro, e i soldi, senza perder tempo, vengono direttamente incamerati nelle casse centrali.

Beh, a pensarci bene, almeno adesso la cosa pare essere più “logica”, anche se la pessima usanza di costringere i lavoratori a iscriversi al sindacato dei loro datori di lavoro è sempre un bello schiaffo in faccia al buongusto, oltre che al diritto stesso.

2.000 EGP a cranio all’anno, il costo dell’operazione. Prendere o lasciare. E non hai neppure la certezza che poi quest’investimento ti duri nel tempo: il permesso di lavoro NON ti garantisce che avrai uno stipendio, no, lo devi pagare solo per poterti proporre sul mercato del lavoro.

Si, perchè se prima c’era la possibilità di lavorare come “libero professionista”, adesso questa opzione è stata mascherata dalle solite regole che prima le fai e prima trovi il modo di aggirarle…

Le società che volevano assumere personale straniero erano tenute, fino allo scorso anno, ad osservare una ratio di 1:10 tra dipendenti stranieri e dipendenti egiziani. Questo stava a significare che se un’azienda aveva la necessità di personale straniero altamente qualificato, doveva assumere altri 10 dipendenti locali.

Questo rapporto adesso è stato abbassato notevolmente, ma è comunque come mettere il vestito buono per esporre il caro estinto: nessuno potrebbe mai pensare che in questo modo si riesca a risolvere il problema della disoccupazione. E’ più probabile, invece, che la manovra sia una diseguaglianza di trattamento, nei confronti di chi è considerato un bel limone, da spremere in caso di bisogno, per dissetare le asciutte tasche locali…

Ho avuto modo di scambiare quattro chiacchiere con personale diplomatico italiano di stanza qui in Egitto e mi è stato detto che per legge i permessi di lavoro per stranieri non vengono più rinnovati dopo il decimo anno. La fonte è autorevole ma è d’obbligo una verifica, e mi riservo di effettuarla quanto prima, tra leggi, leggine, norme scritte e tradizioni orali, cercando di venirne a capo, e fornendo in futuro qualche informazione più precisa al riguardo.

Buon lavoro!

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