Il Parco di Nabq, a Sharm el Sheikh. Che bella scoperta…

Qualche giorno fa sono stato a visitare il Parco di Nabq – interessante meta turistica all’estremità nord di Sharm el Sheikh -, alla ricerca di un po’ di tranquillità, sospeso a metà tra le azzurre acque cristalline del golfo di Aqaba e le imponenti montagne rosa del deserto del Sinai.

Dopo aver pagato un biglietto di 5 LE (un privilegio del Visto residenti), mi sono immerso nel silenzio e nella selvaggia natura di questa aerea protetta, alla ricerca di qualche metro quadro di privacy per distendermi a guardare il mare e, più in là, il percettibile profilo delle coste dell’Arabia Saudita, in lontananza.

Finalmente un posto “vero”, solo a qualche centinaio di metri dal palcoscenico dove ogni giorno va in scena la commedia che la Compagnia del Turismo recita ormai da molti anni per i vacanzieri alla scoperta di questa meta esotica che si chiama Sharm.

Guardandomi intorno, con il mare davanti che mi bagnava i piedi, e alle spalle la distesa impalpabile di sabbia che accompagnava il mio sguardo verso le montagne, stavo una bellezza, in pieno relax, sospeso in una bolla di tempo che mi cullava al sole.

“Quasi quasi mi faccio due passi”, e così presi a battere il ritmo della risacca con quello dei miei piedi sulla sabbia in direzione a caso, lungo il profilo del mare.

Il Parco di Nabq è una delle aree protette istituite nel sud del Sinai, dove mille sono le cose interdette, e uno solo il fine: preservare.

A poche decine di metri da me sfrecciavano carovane di quad in fila indiana, scortate da palestrati giovanotti muniti di uniformi d’ordinanza (Armani Jeans, canotta D&G e occhiali Gucci), lanciando qua e là, distrattamente, mozziconi di sigaretta consumati al vento. Seguivano il percorso guardando avanti, senza vedere quello che c’era tutto intorno a loro. Io camminavo nel Parco di Nabq, loro ci correvano sopra, non dentro.

Purtroppo la poesia che suscita uno spettacolo della natura come questo, incorniciato tra l’azzurro del mare e il rosa delle montagne, spesso fa a cazzotti con la verità vera delle cose, e viene ricacciata in un cassetto dove, coi i documenti e le carte bollate, se ne stanno al buio pure i buoni propositi, la civiltà e spesso l’intelligenza.

Non volevo perdere l’occasione di portarmi a casa un “pezzo” di quello spettacolo; non quello che vedono i turisti, e che sui loro quad probabilmente non immaginano neppure.

Bellissime formazioni di polistirolo corallino crescevano intorno a me, in tutto il loro bianco splendore immacolato. La spuma del mare m’insaponava i piedi a ogni passo, col suo lento sciabordio silenzioso.

Tracce di presenza umana, con tutta la sua antica cultura si affacciavano ai mie occhi come fiori di campo tra la neve.

La natura in quel luogo era così meravigliosa e intatta che perfino gli abitanti del mare non potevano restarne indifferenti, e vi si gettavano d’istinto, a rischio di un viaggio senza ritorno. E l’evidenti tracce di traghettatori benevoli, spinti dal desiderio di far conoscere ai docili pescetti le bellezze di questa terra, erano sparse lungo la riva.

I resti ancora intatti delle soste di pellegrini e viandanti, esploratori alla sacra ricerca dell’Arca perduta in queste terre eterne, erano lì che rendevano i miei passi instabili e tremanti, al pensiero di un fugace pasto consumato in austerità, accompagnato da un goccio d’acqua. Chi può negare una bottiglia d’acqua (e qualche bicchiere per il viaggio) a un povero viandante di passaggio?!

Tutto in quel posto evocava in me sentimenti contrastanti, immagini chiare e gesti irripetibili…

Anche sulla strada del ritorno, verso il teatrino vacanziero, stanco da questa esplorazione della cultura locale, continuavo ad incorrere in preoccupanti avvistamenti e ricordi di un passato non troppo lontano, fatto di guerra e sangue, di aerei che scaricavano grappoli di bombe e mine sotterrate per qualche nemico sprovveduto.

Ormai i nemici se ne sono andati da queste parti, ma un più subdolo pericolo minaccia l’incolumità

sia di chi vive qui, così come del turista che, per fare una fotografia (o per una manovra sbagliata durante un’escursione!), potrebbe, senza troppa fatica, dover riabbracciare amici e parenti da una sedia a rotelle, nel migliore dei casi. La discussione poi su chi far ricadere la responsabilità sarebbe cosa ardua, visti i cartelli e le recinzioni mangiate dal tempo che delimitano (ormai a immaginazione o memoria!) i vari campi minati che ci sono ancora in Sinai.

Ah, ecco finalmente i rassicuranti confini della civiltà, in Sinai ormai così familiare. Ero felice di aver contribuito, col prezzo del biglietto, alla tutela di questo patrimonio della natura; sicuro che quei soldi – e quelli di migliaia di turisti – siano versati per una giusta causa…

Tutto come sempre. Tutto sotto controllo. Meshi.

Buona escursione e… mi raccomando, ricordatevi sempre quello che è scritto un po’ ovunque, a Sharm: non portare via niente, non lasciare niente!

Pare che da queste parti l’abbiano proprio presa alla lettera…

Ti piace questo articolo? CondividiloShare on Facebook
Facebook
0Share on Google+
Google+
0Share on LinkedIn
Linkedin
Tweet about this on Twitter
Twitter
Email this to someone
email

Rispondi