Differenza di genere, uno scivolone che ci porta indietro di cent’anni.

In questo periodo di primarie, gazebarie, lifting mediatici e riesumazioni di fantasmi politici, le sfacciate dichiarazioni di molti candidati alle prossime Elezioni Amministrative si sprecano e, purtroppo, intossicano l’aria da Milano a Roma, fino a Napoli, portando – a discapito dei diretti interessati – la campagna elettorale verso temi sociali e civili che forse non si sarebbero aspettati di affrontare.

Normalmente non amo commentare il dibattito politico, mi sono reso conto che farlo significa scendere sullo stesso piano di retorica e qualunquismo proprio della maggior parte dei politici. Le voci che si levano dal popolo, siano esse di condanna o di supporto a questo o a quel candidato, altro non sono che una eco di discorsi già fatti, di retorica, di luoghi comuni, di frasi fatte. Chiamatele come volete, a me non piacciono. Continue reading

Attentato a Istanbul, il terrorismo come ce lo fanno vedere

Attentato a Istanbul. Ieri, a pochi minuti dall’attentato in piazza Sultanahmet, nel cuore turistico della capitale turca, neanche avevano spento il fuoco che il presidente Erdogan già affermava si trattasse di un atto terroristico ad opera di siriani (cittadini o profughi, poco importa).
Davvero notevole l’efficienza degli investigatori turchi… così come l’immediata disposizione di censura totale della stampa; almeno quella di casa sua la può gestire così, quella straniera gli tocca lavorarsela per via diplomatica.

Oggi viene fuori invece che il kamikaze era un saudita passato per la Siria (via Iraq o Giordania) e poi arrivato in Turchia, dove ha chiesto asilo come rifugiato.

Il “reuccio” Erdogan si era subito affrettato a dare del siriano all’attentatore… un po’ come dare dell’italiano ad un immigrato sbarcato a Lampedusa e che poi se ne va in Germania a farsi esplodere, insomma. Continue reading

I Casamonica in TV. Solo lo stolto guarda il dito

Ieri, sfogliando le pagine virtuali dei vari media italiani, una delle notizie che campeggiava in bella mostra era l’indignazione generale nata della partecipazione alla puntata di Porta a Porta in onda martedì scorso, di alcuni componenti del Clan Casamonica. Ovviamente questi erano stati invitati, non è che si fossero imbucati come ad una festicciola estiva.

Hanno esposto i loro bei faccioni alle finestre serali degli italiani, da quel palco che normalmente offre alla cultura sopraffini consigli di chirurgia estetica, diete, un po’ di gossip, qualche politico di passaggio e tanta, tanta chiacchiera da bar.

Ora, premetto che io – e ringrazio Mamma RAI per questo – non ho la possibilità di vedere i programmi italiani neppure online, vivendo all’estero la maggior parte del tempo non posso accedere agli strepitosi palinsesti di Viale Mazzini. Ovvio quindi che non possa esprimere un parere sul tenore della puntata dell’altra sera, sulla sua conduzione, sui contenuti esposti da questo o quell’altro ospite. Mi limito quindi alla notizia, al suo impatto e alla reazione scaturita. Continue reading

Reportage in Guatemala, il fotolibro

Eccoci tornati dalle ferie, alle prese con le faccende che avevamo temporaneamente accantonato per dedicarci a tempo pieno a noi stessi.

Vi ho lasciato un lungo periodo di riposo da queste pagine e dalle mie divagazioni (spero apprezzate) su argomenti vari. Adesso è tempo di ricominciare, con forza e speranza.

Questo primo post di fine estate lo dedico interamente alla presentazione del mio ultimo reportage, una documentazione fotografica raccolta in un fotolibro, frutto del viaggio che ho fatto a giugno in Guatemala. Continue reading

Partire è un po’ morire. E tornare?

Un vecchio adagio recita così, proprio come il titolo di questo post: “Partire è un po’ morire”. Ma il rientro, mi chiedo io, non può essere altrettanto doloroso?

Sono appena tornato da un reportage in Guatemala, dieci giorni trascorsi tra villaggi poverissimi costruiti col fango e la disperazione, in una continua lotta per la sopravvivenza e la fame. L’idea di partire, seguendo un impulso intimo di ricerca o forse riscoperta, era nata alcuni mesi fa, quando ho avuto modo di conoscere il lavoro di un’associazione spagnola che si occupa di portare aiuti nelle zone rurali di quello che è uno dei Paesi più poveri del Centro America.

Preparativi fatti di progettazione, programmi, itinerari, raccolta di fondi e aiuti: tutto era pronto per affrontare il lavoro. Al tempo stesso una grande attesa s’impossessava di me giorno dopo giorno, fatta di dubbi profondi, di incertezze su cosa avrei potuto trovare in quel buco nero dove mi sarei proiettato, armato di macchina fotografica e taccuino. Continue reading

Danni collaterali

La settimana scorsa si è saputo ufficialmente che gli Stati Uniti, durante un raid condotto nel nord del Pakistan il 15 gennaio scorso con l’uso di un drone  – l’obiettivo era una struttura dove risultavano presenti alcuni estremisti di Al Qaeda -, avrebbero “per errore” ucciso due ostaggi civili che si trovavano lì dentro: l’italiano Giovanni Lo Porto e l’americano Warren Weinstein.

Apriti cielo! Un susseguirsi di notizie, di comunicati ufficiali, di resoconti giornalistici e ricostruzioni ufficiose, ma nessuna smentita o tentativo di tenere un basso profilo: il presidente Obama in persona ha dichiarato al mondo intero cosa era accaduto. Continue reading

I morti che servono all’occidente

C’è voluto l’ennesimo carico di disperati, inghiottiti dal mare nel canale di Sicilia, per registrare una proposta decente da parte della politica italiana nella lotta contro il traffico umano tra l’Africa e l’Europa.

Quasi un migliaio di morti in un colpo solo, per destare l’attenzione generale e mostrare la cruda realtà, come uno schiaffo ricevuto nel dormiveglia.

Eppure di morti, in quel braccio di mare che divide il nord e il sud del mondo, ce ne sono stati molti di più, nei decenni di traversate disperate su gusci di noce in balìa delle onde. Continue reading

Quei bravi ragazzi della Diaz

Io c’ero. Ecco cosa mi è venuto in mente l’altro ieri, quando ho sentito passare al TG l’ultima notizia sulla lunghissima vicenda del G8 del 2001. In una calda estate italiana, tra le strade di quella grande scatola sigillata che era Genova, io c’ero.

Ero lì con l’amico e collega Andrea Ruggeri, inviati dai nostri rispettivi giornali. Eravamo partiti insieme da Firenze e vivevamo quei giorni sotto lo stesso tetto (per la verità ci toccava dividere pure lo stesso letto), rincorrendo gli eventi sotto il sole che batteva le strade di una Genova avvolta da un clima  di pesante attesa. Quell’estate non l’avremmo mai più dimenticata.

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